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La dannosa ricerca della perfezione del corpo e del gesto atletico

La dannosa ricerca della perfezione del corpo e del gesto atletico

Le recenti denunce da parte di alcune “farfalle” azzurre della squadra di ginnastica ritmica hanno acceso i riflettori su un tema piuttosto complesso: le dinamiche che legano sport agonistico, alimentazione e  stile di vita in generale, con gli ideali di raggiungimento del successo attraverso il perfezionismo esasperato del corpo.

Quali sono gli sport maggiormente implicati?

Esiste una categoria sportiva ben definita, quella degli sport cosiddetti estetici, in cui la qualità del gesto atletico è strettamente dipendente da alcune caratteristiche fisiche come la magrezza, la flessuosità, la leggerezza.

La danza classica, la ginnastica aerobica, il pattinaggio, la ginnastica ritmica ed artistica, il nuoto sincronizzato rientrano in questa categoria. Molte atlete si avvicinano a questi sport fin dall’infanzia, sviluppando purtroppo fattori di rischio legati ad una distorta immagine di sé; pervade in alcuni ambienti sportivi la convinzione che un corpo magro sia lo strumento per raggiungere la perfezione e diminuire la possibilità di infortunarsi.

Lo sport: palestra per la vita

Di norma, lo sport per apportare autentici benefici dovrebbe essere investito di diversi significati considerando anche l’età in cui si pratica. Nell’infanzia gli aspetti ludici e di socializzazione rivestono un ruolo fondamentale, che si integrano nell’adolescenza con la consapevolezza di sé, l’accrescimento dell’autostima e la possibilità di sviluppare una sana competizione in un contesto motivante a dare il meglio di sé, mettendosi alla prova, scoprendo e accettando anche il valore di una sconfitta e dei suoi insegnamenti, tollerandone la frustrazione e gestendone le emozioni conseguenti.

Una vera e propria palestra per la vita.

Fattori di rischio

Nei casi in cui tali attività sportive siano centrate maggiormente sugli aspetti performanti e sui risultati, il rituale del controllo quotidiano del peso, le numerose ore di allenamento giornaliero ripetendo all’infinito sequenze motorie precise, le aspettative troppo alte e pressioni da parte degli allenatori e della famiglia, l’alto tasso di competitività, la ricerca del corpo perfetto a tutti i costi anche tramite un’alimentazione scorretta e conseguente ansia da prestazione possono comportare soprattutto nelle giovani atlete dei rischi legati ad un alterato sviluppo psico-fisico, con maggiori possibilità di sviluppare nel corso del tempo disturbi della condotta alimentare.

I disturbi del comportamento alimentare

Il dott. Massimo Recalcati, uno degli psicoanalisti più noti in Italia, si riferisce ad essi non come a disturbi dell’appetito, bensì della relazione, una ferita d’amore che trova terreno fertile in un contesto più ampio di quello familiare, essendo influenzato da numerosi contesti di appartenenza. La società dell’immagine pervade il nostro tempo; siamo sovraesposti e continuamente incoraggiati a credere che il nostro valore derivi dall’ aspetto esteriore, sovrapponibile a modelli sbagliati di riferimento. Recalcati  spiega che i disturbi dell’alimentazione sono patologie endemiche del capitalismo avanzato, la cui origine risiede nel mito dell’immagine e del consumo, con conseguente scarsa attenzione prestata al valore affettivo delle relazioni.

Gli adolescenti attraversano in questo periodo della loro vita una fase di transizione chiamata processo di separazione-individuazione, in cui tentano di trovare una propria identità separandosi emotivamente dalle figure di riferimento, contrapponendosi a loro, ma della cui vicinanza necessitano ancora in quanto lontani da una definizione completa della loro personalità. Subentra dunque il rifiuto della relazione con le figure primarie, tradotto in rifiuto del cibo e creazione di distanza tra sé e gli altri sul versante anoressico, oppure compensazione al bisogno di amore divorando l’oggetto, su quello bulimico.


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Il conflitto con l’immagine di sé

Molto frequenti sono i conflitti allo specchio vissuti dalle adolescenti, causati da un corpo che sfugge al loro controllo e quindi da governare. Ne consegue  la ferrea volontà di ristabilire un ordine rigoroso su un corpo che assume le caratteristiche di una macchina prestazionale ed iper-salutista, uno squilibrio di concetti e comportamenti in contrasto in questo caso con i veri valori che lo sport restituisce.

La triade dell’atleta donna

Da sottolineare che le giovani atlete, soprattutto quelle che iniziano fin da piccole l’attività agonistica, possono andare incontro, se non opportunamente accompagnate nel loro percorso, alla triade dell’atleta donna, espressione coniata nel 1992 dall’American College Of Sports Medicine (ACSM). La triade comprende:

  • anoressia dell’atleta con conseguente deficit nutrizionale;
  • alterazioni del ciclo mestruale;
  • insorgenza precoce dell’osteoporosi.

Come prevenire l’insorgere di dinamiche pericolose nell’ambito degli sport estetici?

Innanzitutto, puntare sulla qualità della relazione, una relazione che cura e si prende cura del benessere psico-fisico delle giovani atlete, da sviluppare in sinergia tra famiglia e team sportivo. Quest’ultimo dev’essere composto non solo da preparatori atletici adeguatamente formati e preparati, ma anche dallo psicologo dello sport, dal nutrizionista, dal pediatra, dall’ortopedico e dal ginecologo.

In secondo luogo, intraprendere un percorso di psico-educazione alimentare che non solo informi adeguatamente circa i nutrienti da assumere, approccio che da solo non può e non deve bastare in quanto a volte potrebbe sortire l’effetto contrario, piuttosto che guidi nella conoscenza e coscienza dei propri stati d’animo in relazione al cibo, sfatando false credenze e sovvertendo l’approccio culturale che un corpo magro e iper-allenato possa essere strumento di soddisfazione. L’invito non dovrebbe essere  quello di alzare ossessivamente sempre di più l’asticella, pretendendo troppo da sé stessi; in questo modo si alimenterebbe la falsa credenza che il valore personale dipenda dal successo di una performance.

Infine, educare all’ascolto di sé, inteso come la capacità di percepire i propri bisogni e saperli distinguere dalle pressioni esterne.

Un approccio multidisciplinare che comprenda la presa in carico di tutti questi aspetti è dunque fondamentale per mettere in pratica l’insegnamento che ci regala l’attività sportiva, la quale è educativa soltanto se si sviluppa come opportunità di crescita sotto il profilo fisico e psicologico.

Sviluppare consapevolezza dei propri limiti, del proprio corpo e dei suoi bisogni guida verso un’immagine di sé equilibrata, forma atleti soddisfatti, al centro delle loro scelte e del piano di crescita personale, in cui il benessere psico-fisico deve rimanere l’aspetto più importante di cui prendersi cura. Lasciando andare insegnamenti e comportamenti distruttivi, ci si confronterebbe soltanto su esperienze positive e ciò restituirebbe allo sport unicamente la sua immagine più autentica.