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Sindrome da alienazione parentale: “Devo volere più bene a mamma o a papà?”

Sindrome da alienazione parentale: “Devo volere più bene a mamma o a papà?”

Facendo un giro sul web per cercare informazioni sul divorzio ci si accorge di come lo si considera, il più delle volte, la semplice fine di un matrimonio, di un legame che avrebbe comportato l’inizio di una vita insieme. Definizione che effettivamente non dovrebbe fare una piega.

Quello che c’è dietro la fine di matrimonio, tuttavia, è un qualcosa di più grande e complicato, che comporta l’emergere delle emozioni più diverse e contrastanti. Molti considerano il divorzio come un fallimento, altri come una liberazione, altri ancora ne parlano con rabbia e rancore. In alcuni casi, tuttavia, il divorzio non è considerato un evento traumatico e pessimistico: quei casi in cui si arriva ad un accordo civile, rimanendo comunque in buoni rapporti.

Se le emozioni e gli stati d’animo, quando si parla di divorzio, sono i più diversi e variegati è certo che c’è una parola che potrebbe accomunare questo concetto: CAMBIAMENTO.

Come tutti gli eventi che comportano un cambiamento, quindi, quello che potrebbe subentrare è la paura di quello che verrà dopo, un qualcosa di nuovo e di inesplorato che, inevitabilmente comporta paura: “sto facendo la cosa giusta?”, “ora cosa faccio?”.

E i figli?

L’evento “divorzio” può diventare più delicato quando in mezzo alla coppia ci sono dei figli, costretti ad essere immischiati “in faccende da grandi”.

I bambini molto piccoli sono come “delle spugne”. Assorbono ogni cosa, ogni litigio, ogni discussione che potrebbero sentire o osservare. Spesso si sentono colpevoli dei litigi dei genitori, altre volte possono mettere in atto comportamenti “strani” atti ad attirare l’attenzione su di loro, pur di far smettere i genitori di litigare.


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Sindrome da alienazione parentale

È proprio in questa cornice descritta che entra in gioco la PAS (Sindrome da Alienazione Parentale).

Chi descrive e osserva questo concetto per la prima volta è lo psichiatra Richard Gardner, che la definisce come “un lavaggio del cervello” fatto al figlio da parte di uno dei due coniugi.

Visto in questi termini, il divorzio è come una guerra dove protagonisti sono il genitore alienante e il genitore alienato. Il genitore alienante inculca al figlio parole di odio e astio verso il genitore alienato al fine di guadagnare dei punti a suo favore, per vincere quella guerra dove in palio c’è la custodia del figlio.

Il risultato è che il bambino, come effetto di quel “lavaggio del cervello”, comincerà ad assumere un atteggiamento di odio nei confronti del genitore “alienato”, stesso atteggiamento e stesse parole riscontrante nel genitore “alienante”: “Ti odio”, “Non ti voglio più vedere”, “Hai fatto del male al papà, “Stai facendo soffrire tutta la famiglia”. Questo atteggiamento è il più delle volte improvviso e caratterizzato dall’assenza di sensi di colpa.

Quello che succede è che il bambino non riesce a capire come comportarsi in una situazione di litigi e discussioni tra i due genitori e non riuscendo a comprendere se deve voler più bene a mamma o a papà si sente in obbligo di schierarsi da una parte.

Cosa fare?

Si è parlato tanto di Sindrome di alienazione parentale e dei vari risvolti teorici, tuttavia poco si è detto su cosa fare.

Quello che è chiaro è che la sindrome da alienazione parentale non è una malattia né una patologia. Viene definita, tuttavia, un disturbo della relazione tra genitore e figlio e come tale in ambito psicoterapico va trattata.

Appare altrettanto chiaro che il contesto primario in cui viene risolta la situazione è quello del tribunale. Tuttavia, la maggior pare degli esperti consiglia di allontanare il bambino dalla presenza del genitore alienante riducendone così l’effetto “lavaggio del cervello”. L’obiettivo sarà quello avvicinarlo gradualmente al genitore tanto odiato improvvisamente.