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Utilità pratica del sapere e andragogia: la formazione dell’adulto (Parte 2)

Utilità pratica del sapere e andragogia: la formazione dell’adulto (Parte 2)

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Innanzitutto è bene chiarire un po’ le idee su “chi fa cosa”: il Facilitatore presenta gli strumenti per apprendere la “cosa” e chi vuole (o deve) apprendere apprenderà la “cosa” in questione. Nulla o poco di più. Sembrerebbe un gioco di parole se non fosse, invece, una corretta base concettuale per definire quanti e quali sconfinamenti ideologici ci siano nella confusione di voler fare di più o meglio di quanto previsto dal ruolo.

In concreto, la riflessione riguarda gli atteggiamenti mentali del formatore e quelli di chi vuole essere formato o vuole formarsi. Per i primi, ci sono due piani di osservazione: da una parte la scrupolosità e la responsabilità professionale del proprio “Sapere” che deve essere ampio il più possibile senza cadere in superficialità o tuttologia, ma conforta il fatto che professionalità e competenze si acquisiscono, pena l’emarginazione; dall’altra parte, entrano in gioco gli aspetti soggettivi di alcune caratteristiche personologiche, che si possiedono oppure no. E impararle non è impresa facile.

Per il discente, a volte si tratta di disposizioni aziendali, soprattutto per l’aggiornamento di procedure, ma in altri casi può trattarsi di intenzionalità soggettiva ad esempio per mirare a migliori posizionamenti socio-economici (e questo differenzia le motivazioni esterne ed interne).

Nel primo caso, i bisogni non sono di chi deve formarsi, bensì del datore di lavoro e dovranno essere esplicitati ancor prima di mettere in atto principi e fasi; infatti, l’analisi dei bisogni guiderà la scelta del Formatore in base alle competenze specifiche per quel tipo di formazione.

Così, il discente ha poco da dire: non si tratta di suoi bisogni, al massimo farà opposizione celata per vari motivi, tipo qualche elemento della sua personalità, che non è materia di indagine in quel dato setting.

Nella soggettività da motivazioni interne tipo curiosità, orgoglio, voglia di emergere…l’adulto sceglierà da sé dove andare ad imparare ciò che desidera imparare. Quindi nessuna preoccupazione né pedagogica né andragogica.

Queste osservazioni, come pure le precedenti, dovrebbero essere – e si ritiene che lo siano – scevre da bias cognitivi, ossia da pregiudizi.

Altre forme di acquisizione del sapere

SCAFFOLDING

È un processo di tutoraggio nell’acquisizione del sapere e significa che qualcuno esperto insegna qualcosa a qualcuno che non lo è, lasciandolo poi da solo a mettere in pratica quanto appreso per il compito proposto, compito che non sarebbe possibile senza l’aiuto dell’esperto/tutor (Jerome Bruner et al. , 1976).

Il termine (dall’inglese) è letteralmente tradotto come “impalcatura, ponteggio”, indicando quella della costruzione di un edificio che man mano che esso avanza viene

tolta, così come l’esperto va via man mano che la persona non esperta cresce in autonomia.

Meglio tradotto come “attività di mediazione” tra chi insegna e chi deve imparare.

Concetto simile e complementare è quello di Lev Vygotskji (1925): occorre che il tutor sia attento alla “zona di sviluppo prossimale”, ossia alla zona che identifica il potenziale d’apprendimento in prospettiva e che permette di proporre attività di maggior difficoltà rispetto a quelle della “zona di sviluppo attuale”.

LEARNING BY DOING

Può essere considerato come “apprendere attraverso il fare” che si ottiene attraverso attività concrete e partecipazione attiva nell’applicazione della conoscenza (John Dewey, 1938).

Il Facilitatore è chiamato a coinvolgere concretamente l’apprendista nel suo processo di crescita attraverso, per esempio, laboratori esperienziali (formazione esperienziale)

Infatti, il rapporto attivo con l’esperienza pratica acquisita comporta l’emersione di sapere, competenze e abilità, indispensabili per l’apprendimento.

TINKERING

È definito come: “forma di apprendimento informale in cui si impara facendo” (hands on). Dunque, è una metodologia basata sulla sperimentazione e sulla esplorazione.

Suo scopo è far sì che si entri in rapporto con il proprio senso di creatività e di autostima attraverso, appunto, la metodologia del fare (imparare a risolvere problemi), e attraverso l’assunzione di responsabilità nei confronti delle scelte fatte per imparare a risolvere problemi (Frank Oppenheimer, 1969).

FLIPPED CLASSROOM

“Aula capovolta”, “classe rovesciata”: ogni discente utilizza a casa i mezzi disponibili per poter la fare la lezione che si farebbe in aula con gli stessi mezzi, mentre il tempo della formazione è utilizzato per attività collaborative richiedenti l’applicazione delle funzioni cognitive alte (comprendere….) guidate dai tutor (Eric Mazur, primi anni 90 del 1900).

PEER LEARNING

Metodo di apprendimento della conoscenza tra pari grado attraverso il metodo del tutoraggio, in cui un pari grado ma più esperto diventa tutor di un altro pari grado che lo è meno: apprendimento reciproco (peer tutoring). La competenza acquisita tramite i pari risulta essere non da meno di quella offerta dai formatori, in quanto le dinamiche che si sviluppano coinvolgono tutte le istanze cognitive per l’approfondimento in autonomia delle soluzioni.

Caratteristica è la possibilità di acquisire sapere senza l’intervento di figure professionali (Eric Mazur, primi anni 90 del 1900). Il metodo ha dato origine alla peeragogia: si occupa delle modalità di trasmissione di conoscenza tra pari.

BLENDED LEARNING

È frutto della diffusione della digitalizzazione e vuol dire apprendimento ibrido, misto frontale in aula con formatore e a distanza in autonomia: interazione della realtà fisica con quella virtuale. Il discente può apprendere quando vuole e con quale mezzo tecnologico disponibile e anche in modalità asincrona oppure on-demand

Dall’inglese blending cioè mescolanza, non va confusa con l’apprendimento e-learnig (formazione solo a distanza), però è associabile alla metodologia Flipped-classroom.

EUTAGOGIA

È la capacità di dirigere se stessi nel processo di apprendimento: apprendimento autodeterminato.

In altre parole, significa scoprire da soli le possibilità di soluzioni attraverso ricerche o prove pratiche (da qui, “imparare a scoprire”); darsi da fare per imparare.

Di derivazione dal greco Heuriskein, infatti, ha lo stesso etimo di euristica che a sua volta significa, appunto, trovare, scoprire; in questo senso, euristica significa adottare scorciatoie mentali per la soluzione utilizzando concetti (e non preconcetti) già posseduti.

CAPACITAZIONE

È “capacità e abilità” contratte per la traduzione della parola inglese composta capability. Dunque, consiste nella capacità di fare e nell’abilità di scegliere quale funzionamento .

L’assunto di base è la consapevolezza che non sia sempre possibile trasmettere ciò che appartiene emotivamente e cognitivamente ad ognuno, tipo la capacità di decifrare le cose del mondo, ed è l’abilità di porsi come soggetto desiderante rispetto a ciò che, appunto, liberamente desidera di fare e di essere

la formazione basata sulla capacitazione è in diretto contatto con il concetto di “capitale umano” che si riferisce al ruolo del singolo nella sua capacità produttiva (Amartya Sen, 2000).

CONCLUSIONE

La consapevolezza dell’indispensabilità del Sapere, della Cultura, della Conoscenza e dei loro correlati è nata con l’Uomo; consentirsela e soprattutto consentirla è fatto politico, economico, sociale, psicologico, filosofico, storico, culturale, giuridico e quant’altro al riguardo.

Si intende tutto ciò che l’essere umano già di suo conosce sia per fattori innati, sia per esperienze volontarie e involontarie e sia per la necessità o per il piacere che stimola il darsi da fare.

“Darsi da fare” è il risultato di un processo necessario, appunto, per la soddisfazione di un bisogno o per l’esaudimento di un desiderio; il substrato è la Motivazione. Della motivazione ognuno ha conoscenza, indipendentemente dalle teorie.

È il fiato sul collo, il fuoco sotto la sedia, la fissa che non fa dormire, è…..

Se è così, tanto vale avvicinare un altro concetto, la cui definizione e il cui contenuto sono forse meno familiari: la Volizione. A differenza della motivazione, che è propulsione verso un comportamento congruo e che ne spiega la dinamica, la volizione è un atto conativo concreto che chiama in causa direttamente la volontà.

Si tratta di un sottigliezza importante: la motivazione preme per fare, la volizione decide di fare, la motivazione può essere gratificata oppure frustrata, la volizione può risolversi in conseguenze positive o negative. Ciò ha evidenti rapporti con la formazione e l’apprendimento perché se la motivazione è importante, la volizione è indispensabile. Purtroppo è un concetto ancora non (molto) considerato ai fini della conoscenza e dell’acquisizione del Sapere.