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Sulla tolleranza e il disagio mentale

Sulla tolleranza e il disagio mentale

La tolleranza è saper ridere quando uno vi pesta i calli mentali.” (John Garland Pollard, 1871-1937, politico statunitense)

Tolleranza come libertà di coscienza

Prima di arrivare a tollerare le coscienze e i loro moti, molti calli mentali sono stati pestati. Tanti furono i teologi, i filosofi e gli intellettuali che “pestarono calli”. Tra le altre, la loro opera fu quella di portare la Chiesa a più miti consigli affinché la Tolleranza vincesse e gli abusi di potere, le discriminazioni e le azioni riprovevoli avessero fine.

Si pensi, allora, all’opera di questi grandi Personaggi nella loro contestualizzazione storico-politico-culturale:

  • alla Patristica di Agostino d’Ippona (filosofo di origine nord-africana 354-430)
  • alla Scolastica di Tommaso d’Acquino (teologo italiano 1225-1274)
  • all’Umanismo di Erasmo da Rotterdam (teologo olandese 1466-1536),
  • alla Riforma Protestante ad opera di Martin Lutero (teologo tedesco 1483-1546),
  • al Razionalismo di Benedetto Spinoza (filosofo olandese 1632-1677),
  • al Liberalismo di John Locke (filosofo inglese 1632-1704)
  • all’Illuminismo di Voltaire (filosofo francese 1694-1778)

…. e tanti altri che ancora oggi devono lottare, e non poco, per la tolleranza verso la diversità, qualunque essa sia e comunque la si voglia intendere.

Sono stati indicati questi periodi storici perché sono un esempio di battaglie per l’affermazione del diritto alla libertà, diritto che non può prescindere dalla Tolleranza. Sono solo un esempio e non certo le uniche battaglie dai tempi dei tempi e fino ad oggi.

La tolleranza nel disagio mentale

La parola tolleranza indica la capacità di tollerare ciò che è differente dal proprio modo di pensare e di concepire la realtà. Dunque, la tolleranza è un atteggiamento mentale verso gli altri e, in quanto tale, dovrebbe trovare spazio in ogni azione degli uomini e così è per molti ma non per tutti.

Nell’osservazione del disagio mentale si vede chiaramente la capacità di tolleranza da parte del curante e, al contrario, l’intolleranza del malato. Il primo è mosso dal suo obbligo deontologico e morale (ma non solo), il secondo è mosso dalla sua insopportabile sofferenza psichica.

La distinzione tra sanità (del curante) e malattia (del paziente) consiste in una linea di differenza quantitativa e non qualitativa (Freud, Psicopatologia della vita quotidiana, 1901). Ossia, il malato è solamente “più malato” rispetto agli altri; oppure, altrimenti detto, il malato è “meno normale” rispetto agli altri.

Coloro che curano pazienti con disturbi mentali, da lievi a gravi, devono fare i conti con la capacità e con la volontà di sopportare tutte le manifestazioni, anche quelle violente.

Il malato mentale è un uomo e non è diverso dal suo curante se non per il suo modo di concepire la realtà (la sua) e di conformarsi ad essa. Pertanto, si impone una grande tolleranza per avvicinarsi ad una differente interpretazione della realtà. Ne è prova la stramba ideazione degli psicotici gravi che, in apparenza non comprensibile, è invece carica di significato ma tutto da capire.

La tolleranza è pazienza, ascolto, interpretazione, interesse e non solo. È anche tolleranza verso i sentimenti (controtransferali) che le situazioni suscitano, ad esempio di rabbia per i comportamenti assurdi o violenti dei pazienti, oppure non riuscire a trovare una via di comunicazione desiderata dal malato, o la frustrazione derivata dalla resistenza alla remissione.

Comunque sia, la tolleranza è sempre in gioco e anche il suo contrario.

L’intolleranza nella psicopatologia

Nello specifico delle psicopatologie, si pensi all’incapacità dei soggetti affetti da disturbo borderline di personalità di tollerare la solitudine e l’abbandono: non possono tollerare di restare soli e, per dare significato al loro dolore, possono compensare con azioni di auto autolesionismo.

Le persone con il disturbo distimico (o disturbo depressivo persistente o depressione neurotica) non riescono a tollerare la loro vita senza speranza per il futuro. Le conseguenze più ricorrenti sono l’abuso di sostanze e l’ideazione suicidaria per far fronte all’angoscia per una vita percepita come senza speranza.

Così come nella depressione e in tutte le sue sotto classificazioni. Chi ne soffre ha un forte calo dell’umore, è preoccupato per il suo futuro, si autoesclude da ogni attività e sente molto la solitudine. Anche qui, la soluzione tentata per porre fine al tormento del groviglio mentale è l’abuso di sostanze e di alcool e l’ideazione suicidaria.

Nelle psicosi le persone hanno schemi mentali contorti e confusi tanto da distaccarsi dalla realtà, nella crisi, ed entrare in una modalità di pensiero delirante e di comportamento aggressivo e pericoloso per far fronte al dolore procurato dai fantasmi inconsci. Le reazioni sono varie e a volte si avvicinano, anche se raramente, a quelle dello psicopatico, ossia l’omicidio piuttosto che il suicidio.

Nei casi esposti, come in tutti gli spettri della malattia mentale, non è presente la Tolleranza.


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La tolleranza nella costanza d’oggetto

La costanza d’oggetto è un concetto espresso da Jean Piaget psicologo, pedagogista, svizzero (1876-1980) e da altri psicologi, a proposito dello sviluppo cognitivo ed emotivo del bambino: consiste nella capacità di riconoscere che un oggetto non più visibile esiste ancora e, quindi, può ritornare ad essere visto. Ossia, la figura dell’oggetto mancante (la madre) è interiorizzata e persiste anche quando non c’è e il bambino può sostenerne l’assenza perché è riuscito a formarsi un’immagine interna stabile.

Con un salto concettuale, si potrebbe affermare che i malati mentali non abbiano sviluppato la costanza d’oggetto in quanto la loro sofferenza potrebbe derivare dal fatto che non siano cognitivamente ed emotivamente in grado di sopportare l’“assenza”. E di conseguenza l’ansia da separazione e l’abbandono.

Nella scissione dell’Io, a cui il malato va incontro, agisce la predominanza degli oggetti “cattivi” rispetto ai “buoni” senza la capacità di integrarli, e così si attuano i loro comportamenti disfunzionali.

È chiaro che si faccia di tutto per ribellarsi agli introietti negativi; il modo è dissimile in ogni esperienza mentale patologica ma tutte sono indirizzate all’alleviamento principalmente della paura della solitudine emotiva.

Dunque nella malattia mentale non può esistere il concetto di Tolleranza. Invece quella dei curanti è assolutamente presente, altrimenti non si potrebbe fare questo mestiere.