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Giovani e autolesionismo: l’altra faccia delle emozioni

Giovani e autolesionismo: l’altra faccia delle emozioni

È incredibile che un virus di dimensioni così ridotte come il Covid (circa 150 volte più piccolo di una cellula del corpo umano) abbia avuto una capacità di espansione globale tale da essere diventato protagonista indiscusso di ogni aspetto della nostra vita, rendendoci tutti parte di un fenomeno inaspettato, lontano dall’immaginazione più fervida.

Si è appropriato delle nostre abitudini, ha contagiato i nostri corpi, talvolta in modo evidente, altre in modo subdolo. Ha invaso le nostre menti, svuotandoci del carico emotivo che faticava già ad emergere e che, con il tempo, si è affievolito sempre di più, causando non pochi disagi psichici di cui siamo stati vittime un po’ tutti. Allo stesso tempo, è stato un elemento che ha tolto tanto: lavoro, vite, emozioni, parenti, amici.

Nonostante la globalità, il fenomeno è stato determinante per una categoria in particolare: chi ha pagato maggiormente, infatti, sono stati i giovanissimi, bersaglio di una società che li aveva resi già fragili e che, adesso, appaiono svuotati emotivamente.

Sindrome da autolesionismo ripetuto

Le modalità con cui si manifesta la sindrome da autolesionismo ripetuto sono diverse: tagli, bruciature, lividi, escoriazioni, capelli strappati fino ad arrivare a condotte più critiche, come l’ingestione di oggetti o di sostanze velenose. La sindrome esordisce, solitamente, attorno ai 13/14 anni.

Si definisce condotta autolesiva quel tipo di comportamento messo in atto al fine di:

  • ottenere sollievo da una situazione negativa
  • risolvere una circostanza relazionale
  • indurre una sensazione positiva.

Per parlare di comportamento autolesivo bisogna che questo sia associato ad almeno uno dei seguenti sintomi:

  • difficoltà interpersonale o pensieri negativi precedenti al gesto
  • preoccupazione eccessiva di mancato controllo delle proprie azioni
  • frequenti pensieri autolesivi.

Autolesionismo: i fattori di rischio

Parlare di pratiche autolesive vuol dire individuare sicuramente, nei soggetti colpiti, fattori di rischio. Innanzitutto, la presenza di disturbi mentali.

In modo specifico, il disturbo borderline di personalità è stato maggiormente associato all’individuo autolesionista. Altri fattori potrebbero riguardare:

  • tratti caratteriali, come un mancato controllo degli impulsi e, di conseguenza, una malsana gestione degli aspetti emotivi;
  • rigetto della propria immagine corporea;
  • abuso di sostanze;
  • problemi scolastici;
  • mancanza di autostima;
  • eventi stressanti;
  • problemi familiari;
  • rapporti contrastanti con il gruppo dei pari;
  • messaggi social o televisivi che, in qualche modo, normalizzino o incoraggino la condotta lesiva.

Esiste una forte correlazione tra gli atti di autolesionismo e il suicidio. Nonostante i due aspetti siano diversi per caratteristiche vi è, fra i due, un legame predittivo. Si parla di suicidio quando una persona arriva ad una decisione definitiva che si tratta solo di attuare. L’autolesionismo, invece non è una condizione necessaria, quanto sufficiente, al suicidio.

Il dolore come controllo emotivo

Non è difficile comprendere che in tanti si domandino la motivazione di una condotta come quella autolesiva. Non tutti, però, ne comprendono il significato.

Per capire perché proprio i giovani siano vittime di una sindrome come quella dell’autolesionismo bisogna capire che il modo che hanno di comunicare le emozioni è totalmente diverso da quello degli adulti.

Esistono casi in cui i ragazzi sono incapaci di (di)mostrare quello che provano. È come se vivessero completamente ingarbugliati in una fitta rete di stati d’animo che non riescono a gestire. E allora, il mezzo che consente loro di esternare quanto non riescono a far defluire con le parole è il corpo. L’autolesionismo, così come ogni forma di dolore indotta, è un vincolo emotivo. Ci si distrugge fisicamente per i motivi più impensabili.

Ogni taglio è una richiesta di attenzione; ogni bruciatura è una punizione; ogni livido è un bisogno disperato di affetto. E così, non riuscendo ad esprimere il disagio verbalmente, si lancia un messaggio che passi dal corpo: è più facile mettere a tacere un dolore fisico piuttosto che affrontarne uno che invada la propria mente. Il problema è che tagliarsi o bruciarsi o causarsi contusioni con il tempo inizia ad assumere le sembianze di una dipendenza: più si soffre fisicamente più si avrà (illusoriamente) il controllo delle proprie emozioni. Diventa un circolo vizioso da cui è difficile, ma non impossibile, uscire.


Le problematiche legate all’età adolescenziale sono al centro di numerosi corsi presenti sulla piattaforma igeacps.it. In particolare, suggeriamo il corso online Adolescenti 2.0. Trattare con cura e il corso online Come gestire i bambini e i ragazzi per limitare i comportamenti a rischio.


Come intervenire

Diversi sono i metodi adottati per curare un paziente affetto da sindrome da autolesionismo. Attraverso la farmacoterapia, per esempiom vengono somministrati antidepressivi. Il rischio, però è che possano condurre al suicido nelle prime fasi di assunzione.

Altro uso, a livello farmacologico, è quello della carbamazepina, un anticonvulsivante con scarsi effetti sul tono dell’umore. In alcuni casi viene somministrato carbonato di litio proprio per la forte instabilità emotiva che colpisce questi soggetti.

Oltre alle terapie farmacologiche, la somministrazione che vanta grande efficacia è quella inerente alla terapia cognitivo-comportamentale, fondamentale per la regressione e per la prevenzione del disturbo.

A proposito di approcci psicoterapici, quello di maggior successo è la DBT (Dialectical Behaviour Therapy) fondata dalla psicologa americana Marsha Linehan. Questa terapia fu istituita per il trattamento ambulatoriale dei pazienti borderline e dei comportamenti suicidari cronici.

Secondo Linehan il fatto che l’ambiente in cui si cresce possa dimostrarsi disfunzionale per il bimbo, causerebbe in quest’ultimo un apprendimento erroneo, se non addirittura mancante, di strategie di coping per il riconoscimento delle proprie emozioni. Per questo l’approccio punta ad imparare ad identificare le proprie emozioni, ad inibire comportamenti inappropriati e a smorzare quelle risposte fisiologiche indotte da reazioni emotive esagerate.

Marsha Linehan disse: “Se possiamo diventare un tutt’uno con il momento – proprio questo momento- esso si apre a noi, e siamo meravigliati dalla gioia che troviamo”.