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Le Madri Maltrattanti: quando la violenza nasce in famiglia (Parte 1)

Le Madri Maltrattanti: quando la violenza nasce in famiglia (Parte 1)

Per quanto nell’immaginario collettivo la famiglia sia il nido sicuro in cui crescere, la cronaca ci dimostra sempre più spesso come proprio all’interno delle famiglie si consumino le peggiori violenze.

Bisognerebbe riuscire a staccarsi da un ideale che è stato creato dalla coscienza collettiva, ma che davvero non corrisponde in alcun modo alla realtà, per poter essere obiettivi e avere la visione corretta di situazioni vissute e sofferte, senza nascondersi dietro una cortina di fumo.

Le disfunzionalità della famiglia

Purtroppo nella famiglia si sommano tutte le disfunzionalità che hanno preceduto l’incontro di due persone che poi, convolando o meno a nozze, decidono – più o meno consapevolmente – di mettere al mondo dei figli.

Non sempre, infatti, le unioni sono composte da persone che, avendo fatto una crescita personale importante, scelgono un partner in base alla propria natura e iniziano un percorso consapevole, con il reciproco riconoscimento, attenzione e autodeterminazione.

Può capitare, infatti, che queste unioni nascano da quelli che lo psicologo Abraham Maslow definiva “bisogni sociali”. Bisogni di appartenenza a un determinato gruppo sociale, accettazione da parte del gruppo sociale di appartenenza o da quello a cui si anela di appartenere e riconoscimento di un ruolo all’interno della società, universalmente riconosciuto.

Possiamo aggiungere le unioni nate dalla necessità di evadere da una famiglia di origine opprimente o quelle dovute a gravidanze indesiderate.

Con questi presupposti è difficile credere che si possa sviluppare un rapporto equilibrato all’interno di un nucleo familiare.


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La condizione della donna tra lavoro e famiglia

Se spesso l’aspetto violento viene associato alla figura maschile, in un’alta ma ignorata percentuale, le violenze perpetuate dalle madri esistono, anche se sono meno fisiche e più subdole.

Volendo fare un doveroso passo indietro, che non vuole essere una giustificazione, ma solo un chiarimento, pensiamo a come si è evoluta e involuta la condizione della donna nel corso degli ultimi anni, quelli in cui quasi tutte sono “uscite dalle cucine” e sono entrate nel mondo del lavoro.

L’uscita dalla cucina non è stata così netta, a dire il vero, e quindi ai doveri di casa si sono aggiunti quelli lavorativi. Potremmo fare lunghe digressioni su come sia stato preteso che una donna fosse perfetta in ogni ambito toccasse e al momento è ancora così, ma il punto centrale della questione è a cosa ha portato questo cambio di struttura della società.

Come sempre, quello che genera la disfunzione è la mancanza di scelta o la credenza che non si possa scegliere.

Il processo di emancipazione femminile

A partire dalla fine della seconda guerra mondiale, è iniziato un graduale processo di emancipazione femminile. All’epoca si trattava, tuttavia, di un’emancipazione quasi solo “sulla carta”, sui cartelloni e nelle manifestazioni di piazza. Nei fatti, spesso le donne erano comunque messe con le spalle al muro da una visione ancora molto retrograda, avendo genitori di una mentalità antica e ben radicata. Di conseguenza, o ci si sposava o ci si sposava.

È stata una generazione a cavallo tra due periodi con forti connotazioni sociali che si sono scontrate con enorme violenza e hanno portato alla resa di molte donne che, per non restare a casa con i propri genitori, sono passate dalla casa di famiglia a quella del marito – e, il più delle volte, non sono andate a migliorare, dovendosi accollarsi anche la famiglia del consorte, come accade ancora in molti casi.

Quella che doveva essere una liberazione si è rivelata una seconda prigione, con l’insoddisfazione al posto delle sbarre.

Per quanto la descrizione possa sembrare cruda e un po’ estrema, le molte testimonianze di persone della stessa età che hanno avuto madri nate e cresciute in questa dinamica hanno riferito di condizioni di maltrattamento fisico e psicologico importanti e comuni a tutte.

Da cosa nasce la violenza delle madri maltrattanti?

Perché viene da chiedersi, queste donne si sono rivoltate contro le figlie (perché di figlie femmine si parla) e in che misura si sono manifestati i maltrattamenti?

Torniamo alla possibilità di scegliere. Non potendo scegliere di sposarsi o meno (e a volte nemmeno con chi), queste donne non hanno potuto decidere nemmeno se avere figli o meno.

Quella che doveva essere una via di uscita si è rivelata una rete con maglie molto strette. Da una parte la necessità di un lavoro o il desiderio di averne uno, per una indispensabile realizzazione personale almeno in un ambito della propria esistenza, dall’altra una famiglia di origine comunque pressante ed esigente. Da un lato un marito che, data la mentalità tutt’ora manifesta, si aspetta, copiando gli atteggiamenti del padre, di arrivare a casa e mettere i piedi sotto la tavola, dall’altro una figlia forse non voluta o voluta per motivi sbagliati che, sfortuna vuole, viva un periodo storico molto diverso, in cui ha maggiori libertà della madre e un accesso a cose inimmaginabili per la generazione precedente.

La frustrazione è palese e le valvole di sfogo inesistenti. Da qui la rabbia che in qualche modo, per sua stessa natura, ha necessità di trovare uno sbocco.

La violenza delle madri contro le figlie

Possiamo dare la colpa di questa condizione alla mancanza di strumenti, di forza di volontà, di mezzi, di forza interiore, di sostegno, di comunicazione con donne nelle stesse condizioni. Possiamo trovare numerosi motivi del perché le donne di questa generazione si siano trovate in questa condizione e non siano state capaci di uscirne o evitare di entrarci.

Il punto centrale è che in moltissimi casi chi ne ha pagato il prezzo sono state le figlie. Perché? Bersagli facili.

Se non c’è mai stata una ribellione alla struttura familiare di origine, sarà difficile che ciò avvenga mai in futuro, quindi i genitori sono automaticamente esonerati dalla responsabilità e dalla colpa. Se si vive ancora con l’idea che senza un uomo non si possa sopravvivere è, altresì, evidente che anch’egli venga escluso dai bersagli da colpire. Il lavoro è intoccabile perché, per assurdo, è l’unica isola felice.

Di conseguenza chi subisce la rabbia di questa condizione gravemente disfunzionale sono le figlie, del tutto incolpevoli e inconsapevoli della loro venuta al mondo.

Che sia rabbia per la propria frustrazione o invidia per una condizione di vita inaccessibile, non sono poche le donne hanno rifiutato la maternità e, pur portandola a termine, hanno trasmesso alle figlie già in gravidanza tutto il loro disagio. Molte hanno abbandonato le figlie appena nate ai nonni con la scusa del lavoro oppure se ne sono occupate solo per dovere.

Molte donne riportano ferite da rifiuto (Le 5 ferite – Lise Bourbeau) dovute proprio a delle maternità forzate e a madri che non le volevano.

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