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I.A. INTELLIGENZA ARTIFICIALE: I ROBOT SANNO PENSARE?

I.A. INTELLIGENZA ARTIFICIALE: I ROBOT SANNO PENSARE?

Non è di certo un tema assai facile da definire o da discutere e, già da parecchio tempo. Ma sempre di più in questi ultimissimi anni, la polemica relativa al confronto fra intelligenza artificiale e intelligenza umana ha parecchio fatto parlare e coinvolto diversi professionisti, studiosi in vari ambiti: dagli informatici ai matematici, fino ai filosofi, senza tralasciare i neuroscienziati.

Intelligenza Artificiale: la differenza tra noi e i robot

In riferimento a quest’ultima branca della scienza, Tomaso Poggio, fisico, informatico e uno dei padri della neuroscienza, per l’appunto, afferma chiaramente:” Tra noi e i robot c’è una differenza sostanziale, che si chiama capacità di apprendimento”.

Ovviamente, c’è un sottointeso, Poggio non nega assolutamente che tutto ciò che riguarda robot o computer sia, a livello di memoria, migliore e superiore alla nostra capacità di raccogliere informazione; però, nel complesso, Tomaso Poggio, che è attualmente Professore al MIT MIT – Massachusetts Institute of Technology di Boston, dà alla questione una definizione molto più complessa.
Ovvero, sostiene come l’intelligenza non possa fermarsi ad essere interpretata, valutata e valorizzata solo in base al lavoro che fa la memoria, quindi in base alla totalità di informazioni che si possono contenere, sapere e alla quantità di cose, oggetti e persone che si possono riconoscere.

L’intelligenza è anche quel nostro straordinario “dono” che ci dà la possibilità di vedere qualcosa, di ricordare e riconoscere quel “qualcosa” anche in contesti e condizioni diverse, rispetto a quelle in cui per la prima volta l’abbiamo visto.

Se la neuroscienza è portatrice di tali concetti, anche la filosofia, come si ricorda sopra, ha dato un contributo al dibattito. Nell’affermare delle idee specifiche, ricordiamo Cartesio, filosofo e matematico francese: la sua filosofia considerava i robot non intelligenti, ma la facoltà di costruire automi poneva gli uomini al medesimo livello degli dèi. Solo agli inizi del ventesimo secolo, la letteratura fantastica porta i robot ad essere considerati anche artificialmente intelligenti.

Macchine Intelligenti o Robot: I Nuovi Protagonisti nella Letteratura Fantastica

Dunque, sono gli inizi del ventesimo secolo e nella letteratura fantastica appaiono proprio i primi robot dotati di intelligenza artificiale. Una letteratura che mostra dei robot con un’anima, dei pensieri e una coscienza; lottano spesso contro l’umanità, talvolta le sono alleati per difendere un bene superiore; sono formidabili e imbattibili, spettacolari le loro avventure.

Abbiamo detto spesso nemici, un esempio classico di robot non troppo amico è Frankenstein, dei primi anni dell’Ottocento, della scrittrice e saggista Mary Shelley: il protagonista è precursore dei robot ribelli, che prendono vita, si animano e vanno contro chi li ha creati.

Da qui in poi, il diffondersi di questo genere di romanzo, che in seguito ha provocato nei lettori, nel susseguirsi delle generazioni, paure ed emozioni forti e destabilizzanti, il terrore sempre più diffuso che macchine e robot potessero prendere il sopravvento, impossessarsi della vita dell’uomo e distruggere la Terra. La visione di un mondo tecnologico sempre più senza controllo, una evoluzione negativa e decisamente catastrofica. Nel cuore e al centro di molta letteratura fantascientifica, quindi, un dilemma e un’angoscia sempre più lampanti: robot o macchine a nostro uso, oppure il contrario?

Nel 1950 però, lo scrittore e scienziato Isaac Asimov, fu il primo, con la sua opera, il suo magnifico libro di fantascienza Io, Robot, ad escludere la ribellione delle macchine e dei i robot: nella storia si narra, infatti, di un deterrente alla ribellione per ogni forma di “vita tecnologica”, un’invenzione fantascientifica, che, come afferma scrittore e critico letterario Piero Dorfles, nel suo testo Il lavoro del lettore. Perché leggere ti cambia la vita:

Si tratta […] di qualcosa che potrebbe essere necessario il giorno in cui noi fossimo in grado di costruire delle macchine capaci di pensiero.

Le Tre Leggi della Robotica

L’invenzione che descrive Isaac Asimov, nel suo avvincente libro, viene data ed imposta ai robot per ovviare a qualsiasi tipo di problematica, al fine quindi di evitare danni a persone o il controllo senza freni dei robot sulle persone: le tre leggi della robotica, che anche Piero Dorfles elenca e spiega nel suo testo, succitato. Vediamo quali sono e cosa contengono di così importante per la salvaguardia delle macchine intelligenti, ma anche e soprattutto per la tutela degli esseri umani:

  • La prima, in cui si vieta ai robot di arrecare danni agli umani.
  • Nella seconda, i robot devono ubbidire agli umani, sempre tenendo presente la prima legge.
  • Ultima, i robot devono difendere loro stessi, senza però scontrarsi con il volere delle altre due leggi.

Queste tre leggi sono inserite nel “cervello” degli automi e vengono impartite proprio per la difesa dell’umanità. Asimov, in tutta la sua serie di racconti da cui è composto Io, Robot, lascia quindi intendere e afferma con estrema chiarezza la superiorità dell’uomo rispetto alle macchine.

Piero Dorfles, che nel suo libro dedica una parte all’introduzione dell’opera di Asimov, ci parla della protagonista di questi racconti di fantascienza, che è l’unica, quindi sempre la stessa per ogni storia, ovvero la specialista in psico-robotica Susan Calvin: la scienziata viene chiamata in un’azienda di robot molto evoluti e tecnologicamente avanzati, quasi in possesso di una “personalità”, la grande multinazionale US Robots, per risolvere e sbloccare dei malfunzionamenti degli stessi, causati proprio dalle enormi difficoltà nel riuscire a rispettare sempre, senza mai creare contrasti e contraddizioni, le tre leggi della robotica.

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