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Criminalità e neuroscienze: quanto ne sappiamo?

Criminalità e neuroscienze: quanto ne sappiamo?

Le scene a cui si assiste quando si guarda un telegiornale, oggi, pullulano di violenza. Una violenza che sta al passo con i tempi e a cui, proprio per questo, si è costretti ad abituarsi. Scenari che si credeva appartenessero ad un mondo inesistente sono sempre meno distanti da una realtà che esiste a tutti gli effetti e che si fa sentire attraverso l’imposizione, l’arroganza e soprattutto, la violenza.

Ma cosa c’è dietro atteggiamenti che sembrano andare così tanto di moda? Perché il crimine accoglie sempre più seguaci? Perché il male è più accattivante del bene?

Il crimine a confronto

La fine dell’Ottocento è un periodo determinante per lo studio del crimine. Cesare Lombroso, padre della criminologia moderna, sperimenta per primo studi di antropologia criminale. Lombroso aveva elaborato la teoria del criminale per nascita: secondo lui, alcuni soggetti nascono criminali ed il loro atteggiamento criminale è racchiuso nelle caratteristiche anatomiche che li riguardano. Così, il criminale tipo era dotato di mandibole prorompenti, naso schiacciato, zigomi sporgenti e canini robusti. Per Lombroso, criminali si nasce non si diventa. Negli anni successivi, egli decise di rivedere la sua teoria, aggiungendovi una caratteristica ulteriore e cioè che non fosse solo la genetica a fare la sua parte (sebbene fosse la parte preponderante) ma anche l’ambiente in cui si nasce.

La teoria di Lombroso vide parecchi pareri contrastanti. Molti lo definirono razzista poiché la fisionomia che contraddistingueva il “suo” criminale sembrava riferirsi esclusivamente alla popolazione meridionale. Nonostante questo, la teoria ebbe un punto a suo favore: quello inerente all’influenza del contesto sociale sul soggetto, aspetto preso in esame e sottolineato anche da Adrian Raine, professore di criminologia all’università della Pennsylvania.

Raine decide di approfondire maggiormente l’argomento a cui Lombroso non aveva dedicato il tempo necessario, sostenendo che la biologia non sia immutabile e, proprio per questo, il cervello del criminale sia qualcosa su cui è possibile lavorare. Nasce, così, la neurocriminologia, una scienza moderna che si prefigge di studiare la relazione tra la genetica e la criminalità a livello cerebrale.

Secondo il professore sarebbe possibile individuare, già all’età di tre anni, una predisposizione criminale. Uno studio particolare da lui condotto è stato fonte di grande interesse. Sono stati studiati 1795 bambini di 3 anni in ambiente omogeneo. I risultati hanno evidenziato dei markers (indicatori biologici) in grado di prevedere una tendenza, a livello di gruppo, a commettere crimini violenti. Si tratta della frequenza cardiaca a riposo e della sudorazione precedente ad una punizione. Questi marcatori manifestano una mancanza o un livello inferiore di paura rispetto alla popolazione media.


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Criminalità e neuroscienze

Tecniche di neuroimaging sono state impiegate per individuare le componenti neurobiologiche del comportamento decisionale e comportamentale di tipo automatico e involontario, tipico degli atteggiamenti violenti. Sono emerse aree maggiormente coinvolte, tra cui:

  • lobo frontale: implicato negli aspetti di coscienziosità e di pianificazione delle azioni, oltre che nel controllo degli impulsi. In modo particolare, l’area orbitofrontale è responsabile del comportamento sociale. Se lesionata durante l’infanzia e la prima adolescenza potrebbe condurre ad una mancata acquisizione di atteggiamenti prosociali;
  • amigdala: implicata, in modo particolare, nella regolazione emotiva. Il problema sorge conseguentemente ad una sua ridotta attivazione in quanto conduce ad una disregolazione emozionale;
  • neuroni specchio: implicati nell’empatia. Consentirebbero, inoltre, di anticipare i fattori razionali ed emozionali. Studi sui serial killer hanno provato un cattivo funzionamento dei neuroni specchio e, quindi, una mancata empatia nei confronti della vittima.

Criminali si nasce o si diventa?

Riprendendo la teoria di Cesare Lombroso che sostiene il primato della genetica sull’ambiente, il pensiero su cui ci si sofferma è che, a prescindere dall’innatismo della criminalità o dalla sua probabile acquisizione nel tempo, la criminalità stessa è un aspetto che può appartenere a ciascuno di noi.

L’essere umano, per sua natura, sembrerebbe dotato di un’indole oscura latente. Ogni individuo, padrone delle proprie azioni sceglie il modo in cui le stesse debbano emergere. Ma non è così semplice: il “come” buttare fuori quanto si ha dentro è frutto di un mix di fattori che vanno dalla famiglia in cui si cresce, alle persone che si frequentano.

Quando si parla di criminali, non si fa altro che accennare a persone che non sono riuscite a frenare i loro istinti, risultato di una malsana educazione durante l’infanzia, di un ambiente poco propenso alla socialità ma, indubbiamente, anche di una predisposizione conflittuale con se stessi, irrisolta.

Eppure, nonostante si stia descrivendo un quadro catastrofico da cui ciascuno si vede lontano anni luce, non è detto che sia così. A volte è una questione di fortuna nascere nell’ambiente giusto, con le persone giuste e nel contesto giusto.

Nessuno è privilegiato e nessuno è escluso da un’umanità che cela quanto tutti potremmo essere potenzialmente criminali.