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Quiet Quitting: trend o nuovo approccio al lavoro?

Quiet Quitting: trend o nuovo approccio al lavoro?

Dopo il periodo delle Grandi Dimissioni, che tra la fine del 2020 e i primi mesi del 2022 hanno coinvolto milioni di lavoratori in tutto il mondo, negli ultimi tempi si sente parlare sempre di più di “quiet quitting”, un nuovo trend – se così si può chiamare – associato al lavoro, che coinvolge soprattutto i più giovani (millennials e generazione Z).

Cos’è il Quiet Quitting

L’espressione inglese “quiet quitting” non significa, come si potrebbe pensare facendo una traduzione letterale “lasciare il lavoro in silenzio”, ma si riferisce a un insieme di comportamenti messi in atto da un lavoratore che ha perso la motivazione e l’attaccamento al lavoro. 

Quiet quitting vuol dire, in pratica, fare solo lo stretto indispensabile previsto dal proprio contratto: rifiutarsi (in modo più o meno diretto) di fare straordinari, di svolgere mansioni che esulano dal proprio contratto, di partecipare ad eventi e attività organizzate al di fuori dell’orario di lavoro, e così via.

È importante notare che il quiet quitter non mette in atto comportamenti apertamente e attivamente ostili, devianti o contro-produttivi rispetto all’organizzazione per cui lavora. Non è scortese, aggressivo o abusivo nei confronti dei colleghi, dei superiori o dei clienti, non si assenta dal lavoro senza giustificazione o si rifiuta di svolgere le proprie mansioni, non commette furti, frodi o atti di vandalismo o ai danni della sua organizzazione.

Semplicemente, va al lavoro, fa ciò che gli spetta e poi torna a casa.

Quiet quitter o “operatore”?

In un report pubblicato nei primi mesi del 2022 da Bain & Company sul futuro del lavoro, The Working Future: More Human, Not Less, viene illustrato in modo molto dettagliato come la crisi globale a cui abbiamo assistito a partire dal 2020 abbia portato i lavoratori di tutto il mondo a rivalutare la propria situazione professionale e rivedere le proprie priorità.

Il report continua presentando quelli che definisce i nuovi “archetipi” di lavoratore: sei tipologie di lavoratore con ambizioni, esigenze e motivazioni diverse – e, di conseguenza, con diversi modi di approcciarsi al lavoro.

Tra le sei rappresentazioni fornite da Bain & Company, che prendono in considerazione fattori come la centralità del lavoro, l’orientamento finanziario, allo status o al futuro, la tolleranza al rischio, ecc., ne è presente una che sembra raffigurare proprio la personalità del “quiet quitter”.

L’operatore è un tipo di lavoratore che costruisce la propria autostima e il proprio senso del valore al di fuori del contesto lavorativo. La sua motivazione non deriva dal desiderio di prestigio, di autonomia o di successo economico, ma prevalentemente dal bisogno di stabilità e sicurezza. Preferisce un lavoro che sia prevedibile, poco variabile e poco rischioso. Fa gioco di squadra, è affidabile e amichevole, ma non cerca di distinguersi, mettersi in mostra o entrare in competizione.


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Quiet quitting e bisogno di sicurezza

Nei periodi di crisi e forti cambiamenti, le certezze vacillano e l’individuo si ritrova a dover rielaborare le proprie priorità. La pandemia, la guerra in Ucraina e la successiva crisi energetica hanno portato in brevissimo tempo milioni di persone a preoccuparsi della propria salute, della propria sicurezza e della propria stabilità economica molto più di quanto non avessero fatto fino a pochi mesi prima.

Ecco, se conoscete la Piramide dei bisogni di Maslow, forse avrete già capito cosa c’è che non va in questa situazione.

Secondo lo psicologo Abraham Maslow, i bisogni dell’essere umano sono organizzati secondo uno schema a piramide, con i più elementari che ne costituiscono la base e i più complessi la cima. Una volta soddisfatti i bisogni primari, è possibile “passare” a quelli via via più evoluti, fino a raggiungere i più alti, ossia quelli legati all’autorealizzazione.

I bisogni fisiologici (respirare, mangiare, bere, dormire ecc.) costituiscono le fondamenta della piramide. 

Al gradino superiore, troviamo i bisogni legati alla sicurezza (salute, sicurezza fisica, di occupazione, di proprietà, familiare, ecc.). Andando avanti, il bisogno di appartenenza (amicizia, fiducia, intimità), stima (autostima, autocontrollo, rispetto) e autorealizzazione (moralità, creatività, accettazione, assenza di pregiudizi).

Prima dell’inizio dell’emergenza sanitaria – con tutte le conseguenze, dirette e indirette, che questa ha comportato – la maggior parte delle persone che godevano di buona salute, avevano un impiego e potevano permettersi vitto e alloggio senza eccessive difficoltà poteva considerare pienamente soddisfatto il proprio bisogno di sicurezza. 

Magari non aveva raggiunto la massima realizzazione personale, riteneva di non avere sufficiente stima e autostima, oppure cercava una maggiore connessione con le persone attorno a sé, ma si sentiva al sicuro

Con il crollo di questa certezza, i bisogni di queste persone sono inevitabilmente cambiati e sono tornati al “gradino” della sicurezza.

Cosa possiamo aspettarci nel prossimo futuro

Per il momento, non possiamo sapere se il quiet quitting è un fenomeno transitorio o se stiamo assistendo a una deviazione “rivoluzionaria” rispetto all’approccio al lavoro, che porterà alla definitiva disfatta e scomparsa della hustle culture

Quello che, però, possiamo supporre è che, fino a quando le persone non torneranno ad essere in condizione di soddisfare appieno il proprio bisogno di sicurezza, anche le più creative, intraprendenti e visionarie tenderanno al quiet quitting e a comportarsi come operators.