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L’azione didattico-educativa come mediazione tra il modello di apprendimento chiuso e aperto

L’azione didattico-educativa come mediazione tra il modello di apprendimento chiuso e aperto

Un qualsiasi discorso sul divenire umano presuppone una scelta che decide la visione del mondo sulla quale si misurano i ruoli possibili dell’uomo e della sua capacità di essere, di adattarsi e modificarsi, attraverso la maturazione e l’apprendimento.

La prima si riferisce alle modifiche legate alla mera crescita biologica. Il secondo aspetto, invece, ai cambiamenti che si producono con l’esperienza, ossia ai comportamenti, agli atteggiamenti, ai valori, alla conoscenza, alle capacità, oltre che ai modelli socio-culturali offerti dall’ambiente in cui si vive.

Questi due processi non sono alternativi, ma trovano il loro stretto rapporto e la loro armonica interazione attraverso l’azione didattico-educativa, che coinvolge la totalità della persona, nelle sue funzioni fisiche, conoscitive, emotive, motorie, socio-comportamentali.

Si realizza, così, un percorso evolutivo in cui, come afferma C. Nanni, si evidenziano le caratteristiche essenziali dell’esistenza, “quali ad esempio la corporeità, la razionalità, la libertà, la spiritualità, l’amore, la comunicazione, la socialità, ecc.“.  

Chi viene educato si trasforma, si comporta in modo nuovo, guarda le cose da un punto di vista diverso. È fondamentale, quindi, riconoscere ciò che per ogni soggetto deve rimanere stabile (patrimonio biologico e orizzonti culturali di riferimento) e ciò che può cambiare.

Questa dialettica è alla base di ogni processo educativo e si attiva ogni volta che l’insegnante si propone come portatore di una cultura da condividere. Il suo obiettivo, infatti, è quello stimolare il pensiero vivo, originale, nonché il desiderio di scoperta dei suoi allievi, rendendo, però, stabili le fondamenta e le radici su cui si può sviluppare la loro personale creatività.

Ogni bambino fin dalla nascita trova, già “bello e fatto”, un sapere e un repertorio linguistico adatto ad esprimersi e dare forma ai suoi pensieri. Ma, contemporaneamente, egli si trova nella necessità di utilizzare un suo criterio interpretativo, che gli consenta di pensare nuove idee, di realizzare soggettive esperienze di vita e di poterle comunicare agli altri con un suo stile personale.

L’azione didattico-educativa dell’insegnante come mediazione

Si pone, allora, la domanda se questa duplice istanza, riferita all’evoluzione della persona umana, trovi un’armonica fusione nei processi educativi istituzionalizzati.

A questo proposito si potrebbe sostenere che, per l’insegnante, non si tratta, in realtà, di scegliere tra l’una o l’altra modalità educativa (stabilità o innovazione), ma di acquisire la consapevolezza che, in ogni caso, non può essere totalmente orientato a privilegiare lo sviluppo del “pensiero convergente (sapere definito entro certi schemi e basato su conoscenze disciplinari chiuse e impermeabili) o quello del pensiero divergente” (sapere creativo, fuori da schemi precisati e con molteplici e vari approcci). Deve impegnarsi, piuttosto, a conciliare le due diverse impostazioni, a seconda delle occasioni. Si potrebbe avvalorare il  principio secondo cui la stabilità è utile nella misura in cui sostiene l’innovazione.

Ogni patrimonio culturale, infatti, deve essere utilizzabile dalla nuova generazione come una ricchezza che consente di vivere bene in un mondo che è cambiato. Nella consapevolezza che il dono culturale tramandato non è una sorta di bagaglio pesante e fastidioso di cui liberarsi appena possibile, ma una risorsa preziosa e irrinunciabile per la crescita umana, morale, civile, sociale.

Gli orientamenti della nuova scuola

Nella sua impostazione tradizionale di tipo prettamente cognitivo, la vecchia scuola ha privilegiato, per molto tempo, la concezione di certi cliché culturali standardizzati e basati su modelli chiusi, stabili, omologanti e livellanti (closed skills).

Questo tipo di rigidità ha limitato le idee originali e le intuizioni creative (open skills), legate al saper fare personale e ragionato di chi apprende. Evidenziando in questo modo, nell’azione didattico-educativa, la scarsa attenzione dell’insegnante agli aspetti affettivi, emotivi ed espressivi. Elementi che incidono profondamente sul processo di apprendimento e, più in generale, sull’esito dei suoi interventi didattici.

Il legame insegnante-allievo

L’efficacia di qualsiasi rapporto educativo passa, inevitabilmente, attraverso il legame personale tra l’insegnante e l’allievo. Superando l’esposizione asettica della lezione frontale, questo rapporto assume la forma di comunicazione empatica che, attraverso la parola, lo sguardo, il sorriso, la mimica, il linguaggio non verbale, ne testimonia la sensibilità pedagogica, centrata sulla componente emotiva dell’ascolto attivo, sulla stima, sulla fiducia, sulla comprensione.

La comunicazione tra i due soggetti non può essere concepita, dunque, come una comunicazione a senso unico. Dev’essere, al contrario, un mezzo di espressione interpersonale reciproco che valorizza un modo di vivere, di relazionarsi, di aprirsi emotivamente e affettivamente agli altri e comprendere che tale disponibilità appaga desideri, attenua sofferenze, aiuta a capire il modo di essere al mondo.

Evoluzione dell’azione didattico-educativa: da auditorium a laboratorium

Il tradizionale stile distaccato, trasmissivo e riproduttivo dei saperi confezionati ha frenato, nel passato, le possibilità di partecipazione e lo sviluppo personale degli alunni, compromettendone, in qualche modo, l’autenticità, l’autonomia esplorativa e la voglia di pensare, riflettere e comprendere la realtà circostante.

La vecchia modalità di “travaso riproduttivo” dei saperi teorico-concettuali deve, dunque, aprirsi al nuovo e all’inedito, valorizzando un’attività didattica polivalente e multilaterale di tipo laboratoriale.

Attraverso il ruolo attivo del soggetto, che costruisce il proprio percorso di apprendimento, l’attività laboratoriale si trasforma da auditorium, in cui il docente parla e gli studenti ascoltano, in laboratorium, in cui lo studente e l’insegnante agiscono in una forma di collaborazione, che diventa mezzo stimolante di esplorazione di idee, con potere di generare nuove esperienze nell’ambito della comunità classe.

Con questa nuova prospettiva le pratiche laboratoriali previste anche dalle Indicazioni Nazionali per il Curricolo non costituiscono un’attività speciale, accessoria o solo opzionale e, dunque, un elemento separato dalle attività educative e didattiche, che si svolgono a scuola, ma come un tirocinio vitalizzante, in cui  non esiste una concezione gerarchica dei saperi, ma una interazione continua dei saperi stessi, che si integrano e si potenziano a vicenda.

In realtà, attraverso la metodologia d’intervento di tipo laboratoriale, si può offrire agli allievi la possibilità di fare esperienze calde, di prima mano e fortemente coinvolgenti, attraverso le quali l’insegnante centra la sua azione didattico-educativa non sulla disciplina ma sull’alunno che apprende, prendendosi cura di lui e preoccupandosi di attivare una comunicazione efficace di tipo empatico.


L’importanza di una comunicazione (verbale o non verbale) efficace è approfondita nel corso online La Comunicazione Non Verbale per l’insegnante efficace e nel seminario gratuito online L’INSEGNANTE E LA GESTIONE DELLA CLASSE – Parola d’ordine Empatia.


L’insegnante e le sue competenze

Ogni bravo insegnante avrà cura di valorizzare questa tipologia d’intervento, tenendo, però, presente, che nessuna metodologia può essere sposata in modo acritico ed esclusivo e che, quindi, ogni azione deve necessariamente destreggiarsi tra vecchie e nuove istanze.  

Egli, in definitiva, come abbiamo già sottolineato, deve diventare garante tra la cultura della specie e la creatività degli individui, tra i fondamenti stabili e le potenzialità innovatrici, in modo che gli alunni, nella costruzione del loro personale processo di apprendimento, possano avere accesso ad entrambe le forme della nostra conoscenza del mondo, in una concezione unitaria dei saperi (armonia tra i  saperi codificati e i saperi creativi).

In conclusione, all’insegnante viene affidata una grande responsabilità: quella di avere, nel suo agire educativo, una bussola di riferimento e un orizzonte di senso che aiutino il soggetto in formazione a trovare un orientamento verso la meta, a misurarsi con una realtà nella quale agiscono vincoli, norme, tradizioni, situazioni, persone, con cui egli inevitabilmente entra in relazione, ma anche a valorizzare le potenzialità personali di ogni allievo, che gli consentano di essere una persona unica e irripetibile e, soprattutto, attore protagonista e responsabile del suo processo educativo e, quindi, del proprio progetto di vita e della sua apertura al mondo.

È proprio nell’incontro col mondo e con gli altri, infatti, che egli modifica i propri comportamenti, realizza le proprie potenzialità di pensare, sentire e agire. In una parola, la propria umanità.