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L’attività motorio-sportiva per la prevenzione di bullismo e cyberbullismo (parte 1)

L’attività motorio-sportiva per la prevenzione di bullismo e cyberbullismo (parte 1)

Il termine “bullismo”, ricavato dalla parola inglese “bullying”, rappresenta una forma di comportamento arrogante, aggressivo e volutamente provocatorio caratterizzato dall’intenzionalità precisa di infierire con azioni persecutorie e ripetute su soggetti deboli, remissivi, insicuri, disabili oppure di cultura ed etnia diversa.

Le azioni offensive del bullo derivano, principalmente, dalla sua immaturità emotiva, dalla sua mancata disponibilità a coltivare la componente empatica dei rapporti interpersonali e, quindi, dalla sua incapacità di riflettere sulla ripercussione delle sue azioni nei confronti della persona offesa.

Tali ripercussioni determinano una serie di disturbi psicosomatici, come cambi d’umore improvvisi, sconvolgimenti emotivi, problemi di salute fisica, disturbi del sonno, nervosismo, ansia, chiusura in se stessi, disturbi depressivi come il calo dell’autostima, della sicurezza e, nel peggiore dei casi, la stanchezza di vivere.

La grave situazione di malessere si manifestava, fino a qualche tempo fa, all’interno del gruppo ed era legata, prevalentemente, a manifestazioni di aggressione fisica, con atti di prepotenza e sopraffazione dirette nei confronti della vittima.

Ora, nell’era tecnologica postmoderna, le varie modalità di vessazione, umiliazione, azioni offensive, insulti e denigrazioni che si attuano da parte del bullo-aggressore non sono legate, unicamente, alla sua presenza fisica e a quella del soggetto da offendere, ma all’utilizzo delle varie modalità di contatto elettronico, oggi ampiamente disponibili.

BULLISMO E CYBER-BULLISMO

Esistono, quindi, due tipologie diverse che caratterizzano il fenomeno del bullismo, che potremmo sintetizzare nel confronto di due diversi parametri.

BULLISMO TRADIZIONALEBULLISMO ELETTRONICO (CYBERBULLISMO)
→ Presenza fisica degli attori: → Il bullo, la vittima, i gregari, gli osservatori→ Non c’è la presenza fisica e il contatto degli attori (assenza della relazione faccia a faccia)
→ L’aggressore esibisce una esuberanza fisica e, spesso si atteggia come un leader dispotico→ L’aggressore, colpisce a distanza, da una posizione riparata e potrebbe essere anche una persona timida e introversa
→ L’azione si realizza concretamente in luoghi definiti e ambienti ristretti (scuola, classe, cortile, spazi ludico-sportivi, gruppo di pari, ecc.)→ L’azione si realizza, in forma anonima e virtuale, tramite i mezzi elettronici, come l’e – mail, la messaggistica istantanea, i social network, i blog, i telefoni cellulari, ecc.
→ L’aggressione fisica diretta presenta una limitazione spaziale e temporale→ L’offesa si diffonde da un “non luogo” ad una vasta platea, che, a sua volta, ne può ampliare l’effetto, aumentando gli spazi e i tempi di diffusione
→ La conoscenza dei episodi è limitata ad un ambito ristretto dei compagni di scuola, all’ambiente scolastico, sportivo, famigliare.→ La registrazione delle aggressioni a distanza può avere una diffusione anche a livello nazionale e internazionale, in cui possono essere coinvolte anche persone non conosciute.

In entrambi i casi esiste, comunque, la componente caratteriale che accomuna il bullo tradizionale e il bullo telematico, che riguarda la loro condizione di veri analfabeti della convivenza civile, di cui non conoscono nemmeno la grammatica più elementare dei codici e dei valori comportamentali.

Il fenomeno del bullismo rappresenta, oggi, un tema di stretta attualità ed è motivo di preoccupazione da parte degli insegnanti, dei genitori e di tutti quei soggetti che, a vario titolo, sono impegnati nel campo dell’educazione. 


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IL SILENZIO DELLE VITTIME DI BULLISMO

Un dato di fatto molto allarmante, che è stato rilevato da studi appositamente effettuati su questo campo, riguarda l’atteggiamento spesso rassegnato e la riluttanza dei bambini e dei ragazzi che hanno subito prepotenze, violenze, ricatti, denigrazioni, a raccontare a scuola o in famiglia di essere stati maltrattati, picchiati, offesi e umiliati, denigrati.

Spesso le vittime non parlano con gli adulti degli atti che hanno subito o di cui sono stati spettatori, per una

serie di motivi che possono essere così sintetizzati:

– perché si vergognano;

– perché sono stati minacciati;

– perché pensano che sia inutile;

– perché pensano di non essere creduti;

– perché temono di non essere ascoltati;

– perché pensano di non essere capiti;

– perché pensano che non si darà la giusta importanza alle loro dichiarazioni.

Queste risposte aggravano la situazione e solidificano una condizione di solitudine e di impotenza delle persone colpite ed offese, cui si associano, talvolta, l’abbandono scolastico o l’insorgenza di forme patologiche di disistima che possono sfociare nella depressione.

Questo tipo di comportamento trova spesso una sua ragionevole giustificazione nella presa di posizione degli adulti, che sottovalutano il fenomeno, con frasi di questo tipo:

– devi abituarti a risolvere da te questo problema,

– è una cosa normale, ti devi rassegnare,

– reagisci in modo forte e fa anche tu il prepotente,

– è colpa tua: se ce l’hanno con te ci sarà un motivo,

– è colpa tua : evidentemente questi problemi te li vai a cercare,

– sono solo ragazzate, ci siamo passati tutti.

IL FENOMENO QUANTITATIVO

Ciò che rende maggiormente allarmante il fenomeno è che la fascia di età infantile è quella più interessata: da un’indagine realizzata da Fonzi, emerge, infatti, che in Italia il 41% dei casi si verifica nella Scuola Primaria, il 26% nella Scuola Secondaria di 1° grado, il 15/18 % nella Scuola Secondaria di 2° grado.

Negli Stati Uniti, da un’indagine condotta su oltre 1400 studenti delle scuole di primo e secondo grado, il 41% dei ragazzi sono state vittime di cyberbullismo, almeno una volta all’ano.

Le forme più frequenti, secondo il campione intervistato, sono gli insulti (66%) e la violazione della privacy entrando nelle pagine personali del WEB (33%).

L’Istituzione Scolastica e le altre Agenzie Educative, ovviamente, non possono ignorare questo problema di disagio, che investe la fase di sviluppo infantile e adolescenziale e precisamente la fascia di età compresa fra la scuola primaria e la scuola secondaria di primo e secondo grado.

GLI INTERVENTI MINISTERIALI ISTITUZIONALI

Per quanto riguarda il fenomeno del bullismo sono da segnalare:

  •  La campagna nazionale, contenuta nella Direttiva Ministeriale n°16 del 5 Febbraio 2007Linee di indirizzo generali ed azioni a livello nazionale per la prevenzione e la lotta al bullismo, che indicano come obiettivo principale: “la valorizzazione della persona, la crescita e lo sviluppo educativo, cognitivo e sociale del singolo discente mediante percorsi di apprendimento individualizzati e interconnessi con la realtà sociale del territorio, la cooperazione, la promozione della cultura della legalità e del benessere dei bambini e degli adolescenti”.

La stessa legge prevede, inoltre, l’attivazione di periodiche campagne d’informazione, avvalendosi dei principali media, degli organi di informazione e di stampa e di soggetti privati.

LA TRADUZIONE DEI PRINCIPI SUL PIANO OPERATIVO

Si pone, però, il problema di come trasferire questo approccio teorico sul piano applicativo e nella proposta didattica quotidiana dei nostri docenti, molti dei quali, spesso, continuano a rimanere chiusi in una visione parcellizzata delle loro discipline, senza tenere conto degli obiettivi trasversali, ma soprattutto del concetto unitario del sapere e del progetto educativo comune.

Allora, viene da chiedersi, ad esempio, se l’educazione alla legalità e alla convivenza civile debba interessare una singolo settore disciplinare o un progetto particolare o coinvolgere, con un impegno responsabile, tutti i docenti della classe, attraverso attività laboratoriali, in cui gli alunni siano autentici protagonisti di un percorso educativo, che metta in pratica gli alfabeti del convivere

La sola informazione, infatti, se non è accompagnata da una situazione di vissuto personale, rischia di rimanere nella sfera puramente conoscitiva, di non contagiare emotivamente gli alunni e di non produrre cambiamenti comportamentali significativi.

In pratica, si costruiscono all’interno della suola dei bei pacchetti formativi per gli alunni, ma non con gli alunni, che determinano, frequentemente, disinteresse, noia, scarsa motivazione e alimentano, in qualche caso, un senso di ribellione e il gusto della trasgressione.

Spesso a livello scolastico od extrascolastico si attivano dei progetti mirati di prevenzione contro alcuni comportamenti devianti, come quello dell’assunzione di droga, dell’abuso di alcolici, di sostanze dopanti o socialmente censurabili, come le manifestazioni di bullismo sopra descritte.

Si tratta di iniziative sicuramente lodevoli, ma concepite secondo la regola del travaso di informazioni su certe regole da seguire, in cui gli alunni sono in una posizione puramente ricettiva.

ASSE DELL’ISTRUZIONE E ASSE DELL’EDUCAZIONE

Le Indicazioni Nazionali presenti nelle Riforme Scolastiche vigenti chiariscono ogni dubbio; esse, infatti, evidenziano la necessità che l’azione educativa sia centrata non sui singoli contenuti disciplinari, che rappresentano l’asse dell’istruzione, ma soprattutto, sulla persona, considerata nella sua totalità antropologica, vale a dire nella sua dimensione cognitiva, emotiva, socio-relazionale, corporea (asse dell’educazione).

Le discipline di studio i cui nuclei fondanti sono le conoscenze e le abilità (strumenti irrinunciabili, tra l’altro, nel percorso formativo dell’alunno), hanno, perciò, senso e significato, se sono considerate, non come aree tematiche separate fine a se stesse, ma come patrimonio da utilizzare nello sviluppo di competenze per la vita (life skills).

L’azione di contrasto al bullismo si inserisce in questo quadro educativo generale: educare significa, in definitiva, trasferire il sapere e il saper fare nel campo del saper essere: ciò comporta la capacità di utilizzare al meglio le conoscenze/abilità apprese e di gestire la propria persona in rapporto alla realtà esterna nell’ottica di un rapporto con la società civile, tradurre, insomma, i saperi della scuola in saperi di convivenza civile e di cittadinanza attiva.

La scuola ha, in definitiva, il dovere istituzionale di educare attraverso l’istruzione e di predisporre mezzi, strumenti, strategie e piani d’intervento efficaci, che siano in grado di formare, come afferma Edgard Morin, non tanto teste ben piene, quanto teste ben fatte.

Come sostiene lo stesso studioso, è necessario che la scuola crei emozioni, che diventi una comunità educante, in cui si creino situazioni aggreganti e rapporti interpersonali postivi all’interno del gruppo classe e che siano trasferibili anche all’ambiente extrascolastico.

Bisogna, cioè, operare, all’interno della scuola, un’azione di contagio positivo, che coinvolga gli alunni in modo attivo e partecipato, in cui si sentano protagonisti del loro processo di crescita.

LA FUNZIONE DELL’ATTIVITÀ MOTORIO-SPORTIVA

Nel campo dell’esperienza direttamente vissuta, l’attività motorio-sportiva si configura come un importante laboratorio di pro-socialità, di educazione al rispetto degli altri e della legalità, che può colmare il grande vuoto, il senso di solitudine, il deserto di relazioni superficiali, la mancanza di qualsiasi comunicazione empatica tra pari o con gli adulti, che sono alla base dei comportamenti aggressivi e violenti, legati alle manifestazioni di bullismo e al cyberbullismo.

La Scuola, attraverso la valorizzazione e il potenziamento di questa attività, supportata dalle altre Agenzie, può svolgere un ruolo fondamentale, creando, al suo interno, Centri di Aggregazione Giovanile (come i Centri di Gioco-Sport e i Centri Sportivi Scolastici), in cui si possano svolgere attività a livello ricreativo-promozionale o a livello agonistico (partecipazione ad attività organizzate a livello istituzionale).

Si tratta, in definitiva, di restituire ai bambini e ai ragazzi gli spazi di libertà, di fantasia, di gioco e di protagonismo, che la società attuale ha loro sottratto.

È più che mai urgente liberarli dalle prigioni telematiche delle loro camerette, dai luoghi chiusi delle discoteche, dei pub, ecc. e far loro vivere esperienze calde, di prima mano.

In questa prospettiva l’attività ludico-motorio-sportiva, che investe vari campi plurifunzionali di significato, da quello strettamente abilitativo-prestativo a quello igienico salutistico a quello comportamentale, costituisce certamente uno strumento privilegiato per lo sviluppo del modo di pensare, sentire e di agire dei bambini e dei ragazzi.

Il rispetto della regola e degli altri, che rappresenta il modo di essere del gioco e dello sport, va vissuto come un abito mentale quotidiano e come stile di vita permanente, che si traducono in un agire responsabile all’interno della comunità di appartenenza, nella prospettiva di un completo sviluppo delle competenze relazionali.

Il confronto e le personali potenzialità tecnico-agonistiche vanno, così, veicolate in termini costruttivi e produttivi, utilizzando la maturità di giudizio e il pieno equilibrio emotivo.

L’affermazione di sé e l’autopromozione, attraverso lo sport, in particolare, si concretizza in un progetto di vita personale in cui gli altri soggetti sono partner necessari, con i quali confrontarsi, siano essi compagni di squadra o avversari da battere.

L’interiorizzazione della regola sportiva, trasferita sull’esperienza vissuta in prima persona, diventa, così, patrimonio etico e culturale permanente, che agevola la partecipazione personale alla vita civile e sociale.

La scuole e tutte le agenzie educative che operano sul territorio, dovendo perseguire una mission educativa che promuova lo sviluppo della persona anche sotto l’aspetto emotivo, socio-relazionale e comportamentale, attraverso l’utilizzo dell’attività ludico-motoria-sportiva, devono studiare e mettere in atto strategie d’intervento, che servano a prevenire ed arginare il fenomeno di condotte devianti, come quelle del bullismo e del cyberbullismo, che riguardano non solo i singoli, ma anche e soprattutto il gruppo dei pari nel suo insieme e, soprattutto, fasce d’età sempre più basse.

Leggi qui la seconda parte dell’articolo