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Il carcere: tra realtà e finzione

Il carcere: tra realtà e finzione

I numeri parlano chiaro: “Mare Fuori” ha, letteralmente, mandato fuori di testa gli spettatori, senza distinzione d’età. Un mondo, quello del carcere che affascina, intriga, cattura. Ma perché? Probabilmente perché “il lato oscuro”, quella parte che tanto ci preoccupiamo di eclissare, appartiene ad ognuno di noi. Tante sono le teorie criminali che sottolineano quanta poca differenza esista tra noi, individui “sani” e “loro”, criminali.

Le motivazioni sono da ricercarsi in una morale che, indubbiamente prevarrà nella coscienza di chi si astiene dal commettere reati. Ma volendo essere più analitici, le spiegazioni sono da ricercarsi anche, e specialmente, in malfunzionamenti cerebrali. Importanti alterazioni del cervello che, normalmente, inibirebbero tutti quegli agiti pericolosi di cui si sente parlare (omicidi, furti, violenze, ecc.), si palesano in modo straordinario (letteralmente, “fuori dall’ordinario”) in quei soggetti a cui non rimane che essere “ingabbiati”, chiusi dentro ad una cella, svuotati da ogni diritto e dovere che, per quanto sia duro da affermare, ancora appartiene loro.

Le domande, a questo punto sono tante: è giusto etichettare un individuo come “colpevole” per il resto della sua vita? È sbagliato concedergli una pena riabilitativa piuttosto che punitiva? Ma, soprattutto, è giusto concedere una seconda possibilità? Purtroppo, quando si tratta di perdonare, abbiamo ancora tanto da imparare.

Criminal Minds: cosa succede quando un “ingranaggio” non funziona come dovrebbe

Abbiamo accennato al fatto che una delle ragioni per cui un soggetto potrebbe avere un comportamento deviante, è dovuto al fatto che qualcosa, all’interno del suo cervello non funziona come dovrebbe.

Adrian Raine, grandissimo professore dell’Università di Psichiatria e Psicologia della Pennsylvania, nonché esperto in biologia della violenza, all’interno del suo manuale “L’anatomia della violenza” parla di una regione cerebrale specifica coinvolta nel crimine. In modo particolare scrive: “è il deficit strutturale della regione ventrale della corteccia prefrontale che sembra essere particolarmente implicato nel comportamento antisociale”.

Addirittura, Raine, ritiene che “ci sia un’anomalia cerebrale neuro-evolutiva in alcuni delinquenti il cui cervello non cresce nella dovuta maniera”. Si intuisce bene, da questi pochissimi estratti che c’è qualcosa di molto complesso nella mente di chi sostiene che la vita sia un continuum di reati, piuttosto che alzarsi la mattina e preparare una “banale” colazione ai proprio figli. Attenzione: quanto si è deciso di riportare non vuole giustificare chi commette un atto delittuoso ma invita ad andare, per quanto complicato possa risultare, oltre l’evidenza, al di là di un mondo fatto di cicatrici da rimarginare e vite spezzate.


Per approfondire:


Quando il carcere continua oltre le sbarre

Ultimamente stanno facendo discutere i frequenti suicidi nelle carceri italiane: poco più di 80 solo nel 2022! La realtà negli istituti penitenziari è ancora brutalmente arretrata. E così, il primo motivo per cui chi entra in un carcere non resiste, al punto da togliersi la vita, è a causa di una mancata elaborazione attinente al passaggio da una vita “libera” ad una dietro le sbarre, dove l’essere umano sembra perdere il diritto di essere definito tale, trovandosi a scontare una pena provocata da una realtà vissuta che, probabilmente non ha nemmeno scelto ma che gli è toccata perché nessuno è stato in grado di mostragli un’alternativa.

Queste persone sono recluse in ambienti che pullulano di gente ma carenti di umanità. I loro problemi funzionano come una palla, rimbalzando da un compagno di cella all’altro, senza la minima risoluzione. Parlano tra loro in cerca di conforto, aggrappandosi a quello che è rimasto, tentando, disperatamente, di vedere la luce da qualche parte della loro “crepa emotiva”.

È una realtà triste, quella del carcere. E quando esce da lì, l’ex-detenuto, purtroppo etichettato tale per tutta la sua esistenza, non sa come comportarsi. Qualcuno ci prova, e magari ci riesce. Qualche altro, invece, preso dall’ansia di non sapere cosa c’è fuori, commette volontariamente un altro furto perché “tornare dentro” è l’unico modo per sentirsi al sicuro da quello che c’è fuori. Tutto questo accade perché, forse, l’essere umano è più desideroso di vendetta che di umanità, non considerando che spesso, chi diventiamo è sì, frutto dell’interazione tra geni e ambiente, ma anche di fortuna.