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TECNOLOGIA: EVOLUZIONE O INVOLUZIONE?

TECNOLOGIA: EVOLUZIONE O INVOLUZIONE?

L’UOMO E LA TECNOLOGIA

La velocità è la più potente delle seduzioni che la tecnologia del nostro smartphone ci offre (ricerche su Google istantanee, ascolto velocizzato dei messaggi vocali, suggeritore elettronico che ci presenta le risposte preconfezionate, ecc.). La velocità ci affascina perché ci fa sentire di potere sempre di più.

Ci hanno insegnato che più cose facciamo, più siamo performanti e che l’uomo aumentato è in questa plusdotazione. E per essa paghiamo un caro prezzo: paradossalmente perdiamo capacità di memoria, di attenzione, di riflessività. Così la moltiplicazione di azioni che la tecnologia ci offre rischia di diminuire la nostra intelligenza.

Pier Aldo Rovatti, filosofo e giornalista, ha coniugato l’espressione “Egosauri” per descrivere il fenomeno di involuzione antropologica in atto, e Miguel Benasayag, filosofo e psicanalista, parla di “uomo diminuito” inserito in una realtà aumentata.

L’uso eccessivo della tecnologia porta anche la perdita della nostra presenza all’Altro e a noi stessi: per stare in più contesti contemporaneamente, non siamo in nessuna azione pienamente, integralmente presenti, all’altro e a noi stessi.

IPER-STIMOLAZIONE TECNOLOGICA E INVOLUZIONE ANTROPOLOGICA

Com’è possibile che lo sviluppo tecnologico stia portato ad una diminuzione della nostra intelligenza? Per rispondere a questa domanda possiamo fare riferimento allo studio di Daniel Kahneman a proposito delle nostre modalità di pensiero possibile:

  • veloce, che corrisponde all’attivazione del nostro tronco encefalico, al nostro cervello rettiliano (parte più antica e primordiale del cervello, responsabile delle funzioni più istintive).
  • lento, che corrisponde all’attivazione della corteccia, la parte più recente (ed esterna) del cervello dal punto di vista evolutivo, coinvolta nelle funzioni cognitive complesse (pensiero, consapevolezza, memoria, attenzione, linguaggio)

La modalità di pensiero veloce è inconsapevole, automatica, intuitiva e molto impulsiva, mentre la modalità di pensiero slow è consapevole, cauta, capace di discernere e di scegliere quali azioni compiere, quale persona essere.

Quando siamo di fronte al nostro smartphone, ci arrivano contemporaneamente tantissime notifiche, questa iper-stimolazione genera un sovraccarico che viene vissuto dal nostro cervello come attacco, attivando così la modalità di pensiero veloce, ovvero attivando il nostro tronco encefalico, il quale, presiedendo i processi di sopravvivenza, ha la necessità di risposte veloci, che ci “salvino la vita” nei momenti di difficoltà. Tali risposte veloci hanno natura binaria: “è amico/è nemico”.

Il risultato è che si vive come minaccia qualunque Altro che non sia per noi rassicurante, gratificante. Quante volte capita, ad esempio, che sotto un normale post che descrive un opinione su un film, o che parli di una tematica di attualità, si scatenino commenti d’odio, e quante volte ci siamo sentiti “traditi” perché una persona a cui abbiamo scritto non ci ha risposto subito.

PREDOMINANZA DEL PENSIERO VELOCE E TECNOLOGIA

Il sistema di notifiche utilizzato dal cellulare (che guarda caso sono disegnate in rosso, il colore di allerta) va ad agire sul nostro cervello rettiliano, così come nell’antichità succedeva in presenza di nemici o pericoli della natura. Questo essere dominati dal pensiero veloce, ci rende, in virtù della sua ridotta capacità critica, più impulsivi, impazienti e desiderosi di soddisfazioni immediate. Succede, quindi, che, nel momento in cui la realtà non ci obbedisce, come fa uno smartphone, andiamo in tilt perché siamo disabituati a non ottenere subito quello che vogliamo.

Se decine di app ci fanno sentire al sicuro con risposte per qualsiasi domanda, è naturale che poi non riusciamo a concepire una vita, e dunque un lavoro, in cui manchino risposte immediate. Si è modificata la nostra percezione del tempo e quindi della fatica che intercorre tra l’esprimere un bisogno e la sua realizzazione

La complessità della realtà richiede, invece, una lettura ermeneutica che colga i fatti che ci avvolgono attraverso una modalità di pensiero lenta, come nella forma propria della nostra corteccia, che, avendo un pensiero flessibile, ci consente di non arrivare subito alle conclusioni, di attraversare ipotesi e di non andare in tilt se non riceviamo tutto subito.

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