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L’uso degli spazi condivisi nel “post-Covid”

L’uso degli spazi condivisi nel “post-Covid”

La tematica della condivisione degli spazi è diventata particolarmente attuale e invasiva negli ultimi due anni, dove un distanziamento imposto ha modificato quelli che erano i normali valori della prossemica, ovvero della distanza intima, personale, sociale e pubblica.

Spazi condivisi e distanziamento sociale

Le misure si sono nettamente allungate, lo spazio intimo è diventato inviolabile, quello personale inaccessibile e quello sociale tassativo. L’unica distanza tollerata è diventata quella pubblica, a causa dell’isolamento – dapprima obbligatorio e poi, comunque, fortemente consigliato.

In quelli che erano spazi condivisi, come i centri commerciali, era ampiamente tollerato perfino il contatto fisico, in occasione di giornate particolarmente affollate, andando ampiamente contro ogni istinto protettivo del proprio spazio intimo. Dopodiché si è passati a una distanza imponente e spesso al divieto perfino di accesso a determinate aree prima stipate, in un tempo brevissimo e impossibile da assimilare e gestire per chi era comunemente abituato a vivere in costante stato di aggregazione.

Il disagio di tutti coloro che si sono visti togliere da un giorno all’altro tutta la massa che li circondava è derivato sostanzialmente dalla paura che ne è generata dal sentirsi “scoperti”, dal non essere protetti dal gruppo, da quel bisogno istintivo e primordiale di vivere l’aggregazione come metodo difensivo.

Un vuoto importante, laddove l’individuo si è sentito privato di una socialità massiva, non dettata dalla scelta delle persone da frequentare, ma soltanto dettata dai numeri.

Poiché al momento non esistono orde barbariche o animali feroci nei luoghi abitati da cui difendersi, se ne può ricavare che la necessità di stare in gruppo non è dettata dalla consapevolezza e dalla cognizione di causa, ma solo da un retaggio preistorico.

La rimozione della condivisione ha generato, pertanto, uno stato di paura, dettato proprio dalla mancata presa di consapevolezza dei propri atavismi.

Ampiezza di spazi o eccesso di spazio?

Altri individui, con esperienze diverse, maggiore consapevolezza e meno timori primordiali, pur sentendo la necessità della socialità, hanno meno sofferto la separazione e hanno saputo apprezzare quell’ampiezza di spazi che si è manifestata. Si sono riappropriati dello spazio non più condiviso, del silenzio, della natura vissuta in solitudine, di un tempo recuperato, prima occupato anche indebitamente da occasioni sociali non sempre gradite o condivise, spesso dettate da obblighi sociali e familiari.

Si è creata una divisione maggiore e più evidente fra queste due tipologie di individui, una sorta di frattura spaziale, di facile individuazione ma di difficile soluzione. Esacerbando una situazione si sono evidenziate differenze che, da latenti, sono giunte in superficie e si manifestano in vari disagi.

L’esperienza ha portato a due diversi approcci, al momento della possibilità di riappropriarsi di spazi condivisi.

Chi aveva bisogno di stare in gruppo ha avuto davvero paura, una paura profonda e atavica che lo porta adesso alla ricerca spasmodica di vicinanza con altri essere umani, quasi una compulsione. Si nota bene nella gestione del marciapiede: se prima si cambiava addirittura lato della strada per non incontrare le persone, adesso gli si cammina addirittura addosso. Le file al supermercato, regolamentate da linee rosse e gialle adesso sono ridotte a zero, con persone che sovrastano chi le precede. Se prima in farmacia si stava a metri di stanza, adesso bisogna fare i conti con persone che ci affiancano impunemente mentre chiediamo le medicine.

Non c’è selezione nella scelta della compagnia, ma solo un bisogno spasmodico di ricreare alla massima potenza quella sensazione di protezione che dava il gruppo, indipendentemente dalla sua composizione.

Dall’altro lato, chi percepiva come invasiva la presenza di un numero eccessivo di persone e come forzata la socialità imposta dalle convezioni, avendo potuto fare esperienza del beneficio dell’aumento dello spazio personale, vive con estremo fastidio questi riavvicinamenti marcati.

Marcati a uomo come nelle vecchie strategie calcistiche, assediati, invasi. Queste spesso le verbalizzazioni delle sensazioni che vengono provate.

Verso un nuovo equilibrio degli spazi condivisi

Come sempre, quello che manca sono la consapevolezza e l’equilibrio. Non essendo sufficiente il ritorno alle vecchie distanze oramai consolidate, ma volendo esagerare con la vicinanza, il disagio che si genera per chi non la sopportava neanche prima è davvero importante.

Purtroppo manca la reciproca comprensione, nella misura in cui chi vuole stare ammassato ha i mezzi, le occasioni e le possibilità in modo illimitato e chi ha bisogno di un certo spazio personale si trova numericamente in difetto e totalmente ignorato, poiché dall’altro lato non esiste la comprensione di questo tipo di necessità.

Il bisogno di spazio e solitudine è inconcepibile, incomprensibile e inaccettabile per coloro che hanno vissuto la paura dell’isolamento e inconsciamente temuto per la propria vita. Purtroppo di questo si tratta, la teoria del branco all’ennesima potenza: il branco è la salvezza e la vita e l’allontanamento dal branco è la morte. Da qui la necessità impellente di riproporre un’aggregazione massiccia.

Il bisogno di appartenenza ha il sopravvento sulla razionalità e porta all’indifferenza dei bisogni dell’altro che, avendo goduto di maggiore ampiezza, vive la prossimità come un assedio medievale.

Se il ritorno alla massa è stato breve e intenso, oltre che fortemente ricercato, la rinuncia a certi spazi oramai conquistati è impensabile, visti i vantaggi che, almeno a percezione, ne sono derivati. Molto difficile è sempre il rispetto della diversità, l’accettazione e il riconoscimento del bisogno dell’altro nella sua complessità.

Purtroppo spesso vincono i numeri e chi oramai non può più tollerare certe vicinanze, è costretto a sopportare, suo malgrado, certi atteggiamenti, la ricondivisione di certi spazi e molto spesso l’invadenza spasmodica.

È fortemente auspicabile, quindi, che una volta assestata la socialità massiva si torni a una prossemica più equilibrata, dando la possibilità a tutti di accedere agli spazi condivisi, con il minor disagio possibile.