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La bugia nel bambino

La bugia nel bambino

La definizione di “bugia”, ossia falsa affermazione per trarre altri in errore, di solito a proprio vantaggio, è insita nell’uomo fin dalla nascita. Se pensiamo che un bambino già a due anni pronuncia il monosillabo “NO” invece di dire sì, capiamo quanto questa caratteristica ci appartiene e che soprattutto non ci abbandonerà mai nella vita.

Ma esiste uno “sviluppo” della bugia?

Innanzitutto è bene chiarire che la menzogna è una tappa evolutiva indispensabile e, come afferma la psicologa Paola Scalari: “raccontare storie è indice di intelligenza e, allo stesso tempo, è un modo per affermare se stessi nel cammino verso una maggiore autonomia“.

  • intorno ai due-tre anni di età: la motivazione in genere è quella di compiacere gli adulti;
  • dopo i tre anni di età: iniziano a prendere forma le cosiddette “bugie a fin di bene”, cioè quelle in cui traggono vantaggio le altre persone. Così facendo, si sviluppa un’importante abilità sociale cioè “il saperle raccontare bene è importante”;
  • intorno ai cinque anni: la bugia può nascere dalla ricerca di approvazione o dal desiderio di indipendenza;
  • verso i dieci anni:in questa fase i bambini costruiscono uno spazio segreto, che si arricchisce anche di sentimenti e di emozioni che hanno paura di mostrare, di cui sono gelosi. In questa fascia di età la menzogna è un aiuto a salvaguardare il proprio mondo interiore;
  • le bugie nell’adolescenza: capita spesso che un adolescente dica una bugia per compensare la sua bassa autostima, a causa di un disagio sociale o emotivo.

Come deve comportarsi un genitore di fronte alle bugie del proprio figlio?

Ovviamente è doveroso fare una precisazione in termini di prese di posizione differenti in base all’età del bambino: una bugia in un bambino di cinque anni ha un peso notevolmente diverso da quella di un bambino di dieci. Inoltre, alcune ricerche affermano che le “punizioni” non inducano a dire la verità e minacciare non serve a evitare l’utilizzo della bugia.

Dobbiamo, inoltre, precisare che esistono differenze tra le cosidette “bugie bianche” e “bugie nere“: le prime assolutamente leggere e innocue, che servono soprattutto a gratificare l’interlocutore o per non offenderlo, mentre le seconde, più egoistiche, dette a scopo di un vantaggio immeritato o a scapito di qualcun’altro, sono effettivamente dannose e socialmente inaccettabili.


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Alcuni suggerimenti

Suggerimenti validi per evitare l’uso continuo e costante della bugia sono, ad esempio:

  • CREARE UN RAPPORTO DI FIDUCIA: I bambini – ma a maggior ragione i ragazzi – sentono il bisogno di sapere che i genitori sono il loro punto di riferimento, che possono fidarsi e, anche nei casi dove sono incappati in situazioni critiche, bisognerebbe evitare l’accusa e la non comprensione ma mostrare (anche se a volte contro il proprio sentimento che nell’immediato può essere critico) fiducia,  mantenendo un clima sereno.
  • ESSERE PER PRIMI SINCERI: I genitori sono i primi a dare l’esempio. In questo senso e dovrebbero imparare a capire che con la pratica della sincerità quotidiana si trasmette un messaggio di sana onestà. È importante quindi, non nascondere le cose al proprio figlio.
  • MANTENERE APERTO IL DIALOGO: Confrontarsi, dialogare, chiedere il motivo della bugia cercando di far capire quali alternative si sarebbero potute mettere in atto per evitarla e quale sarà il modo giusto per comportarsi in futuro.
  • EVITARE IL RIMPROVERO: Come già evidenziato, il rimprovero ha più un effetto calmante per chi lo mette in atto, ma in realtà non ha lo stesso effetto per chi lo riceve. Diventa, cioè, il momento per cui ci si scarica dal nervosismo nel momento stesso in cui si scopre la menzogna, ma la maggior parte delle volte complica la situazione. Nel bambino/ragazzo la bugia diventa il proprio “salvagente”, cioè la  sicurezza nell’affrontare la situazione. Frasi tipo “lo farò dopo”,”non sono stato io” (l’elenco potrebbe non finire) vengono astutamente utilizzate e fanno capire come inevitabilmente facciano parte della tappa della crescita. Dobbiamo, quindi, in qualche modo permettere e comprendere di farle esistere fino a quando il ragazzo stesso deciderà di provare a stare senza, magari aiutandolo in questo cammino.