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Il linguaggio analogico: quello che il nostro corpo dice

Il linguaggio analogico: quello che il nostro corpo dice

Il linguaggio analogico comprende tutto ciò che “le parole non dicono”, è una comunicazione ancestrale, vera, che non conosce né maschere né ironia.

L’individuo, infatti, si esprime attraverso i gesti e i comportamenti con cui accompagna la comunicazione verbale.

Il linguaggio analogico è il linguaggio del corpo, quello che esprime la nostra autenticità. Esso può essere interpretato e, a differenza di quello verbale, non può essere camuffato.

L’atto comunicativo, come sappiamo, non si espleta semplicemente attraverso le parole, ma anche e soprattutto con il canale non verbale, caratterizzato da gesti, sguardi, atti, movimenti, atteggiamenti che, soprattutto inconsciamente, tutti noi compiamo con il nostro corpo.

È capitato certamente a chiunque, in determinate circostanze, di sentire uno stato d’animo e volerlo reprimere. Il nostro corpo, che non sa fingere, inevitabilmente lo esprimeva con tutto se stesso.

Pensiamo, ad esempio, a una situazione in cui ci siamo trovati in completo imbarazzo: nonostante il tentativo di far finta di nulla, il rossore evidente del nostro viso ha parlato per noi. Oppure, ci sarà certamente accaduto di riconoscere il dispiacere o la sofferenza nello sguardo e nelle espressioni del viso di una persona cara, mentre cercava in ogni modo di nascondere il suo dolore rassicurandoci che stava bene.

Il linguaggio analogico è un linguaggio emotivo: attraverso di esso, infatti, esprimiamo le nostre emozioni, i nostri bisogni, le nostre tensioni, i nostri veri stati d’animo.

IL CORPO COMUNICA SEMPRE

La comunicazione è inevitabile, non si può non comunicare. Comunichiamo qualcosa sempre, anche attraverso il silenzio. Comunichiamo con il tono della voce, con la vicinanza o la distanza fisica, comunichiamo con gli occhi e i movimenti facciali, con la postura, con le mani, con le braccia, le gambe, i piedi… insomma ogni parte del nostro corpo racconta, a chi lo sa interpretare, chi siamo, come stiamo e come preferiamo apparire.

Naturalmente non tutti sono in grado di decodificare il complesso linguaggio del corpo, è un linguaggio di cui ci si appropria un po’ alla volta, con lo studio, la consapevolezza e la conoscenza di se stessi e degli altri. Albert Mehrabian, psicologo e antropologo (classe 1939), ha affermato che la maggior parte della comunicazione, addirittura il 93%, avviene proprio attraverso il canale non verbale. Solamente il restante 7% è quindi costituito da parole. Ciò significa che più riusciamo a scoprire le peculiarità di questo tipo di comunicazione e più siamo in grado di comprendere il nostro mondo interno ed esterno e, di conseguenza, di relazionarci meglio con noi stessi e gli altri.

IL LINGUAGGIO ANALOGICO E LE ARTITERAPIE

Si può capire quanto il linguaggio analogico sia di fondamentale importanza nell’incontro terapeutico: la capacità di “leggere” i bisogni, i disagi e le paure dell’altro, al di là di quello che lo stesso riesce o vuole esprimere con le parole, diventa necessario in una relazione di sostegno e di aiuto.

Nei percorsi di Artiterapie, ad esempio, si prediligono i linguaggi non verbali: la musica, il disegno, la danza, il teatro, in tutte le loro sfaccettature, offrono la possibilità di esprimere parti di sé attraverso il corpo. Quello che si nasconde “dentro” viene riconosciuto e stimolato a uscire “fuori” in una situazione strutturata, facilitante e non giudicante.

Attraverso il gioco, l’attività simbolica, la rappresentazione di immagini mentali, la proiezione, la creazione di forme pittoriche, sonore o espressive di vario genere, la persona può conoscere e conoscersi, narrarsi, scoprire o riscoprire la sua creatività, attingendo alla parte più vera e autentica di sé Fanno parte delle Artiterapie la musicoterapia e l’arteterapia, forse al giorno d’oggi le più conosciute, la danzamovimentoterapia e la teatroterapia. Queste ultime, che prevedono un gran lavoro di espressività corporea, offrono una graduale e consapevole conoscenza del linguaggio del corpo.

I contesti di applicazione delle Artiterapie sono in ambito:

  • educativo (a Scuola, in Aziende o Associazioni…)
  • preventivo (riduzione o impedimento di disagi relazionali e comunicativi in diversi contesti)
  • terapeutico (casi di autismo, nevrosi…)
  • riabilitativo (situazioni di disabilità, dipendenze…)

È fondamentale chiarire che con il termine terapia (dal greco therapeía, ‘curo’ ) s’intende il prendersi cura, favorendo un processo di crescita personale.

Le Artiterapie, in generale, si pongono quindi l’obiettivo di armonizzare la relazione corpo-mente-spirito per un miglioramento della Vita di ogni persona.


I benefici dell’arteterapia sono approfonditi nel seminario gratuito online L’arteterapia come strumento terapeutico e nel corso online LABORATORI DI ARTETERAPIA: come ritrovare il benessere emotivo con l’espressione artistica.


COMUNICAZIONE ED EMPATIA NELLE ARTITERAPIE

Comunicare non è solo rilasciare un messaggio, ma è anche e soprattutto ascoltare un messaggio. Ascoltare qualcuno significa mettersi al suo posto e cercare di comprendere il suo punto di vista, con mente aperta e senza pregiudizi, in poche parole creare una relazione di empatia con l’altro.

Nell’applicazione delle tecniche artiterapeutiche l’empatia è di fondamentale importanza: essa infatti facilita la relazione, la comunicazione, lo scambio, il rispetto, la condivisione, la creatività, l’adattamento e il successo.

L’empatia permette uno scambio relazionale significativo, in cui l’altro si sente accolto, capito e accettato per quello che è. La capacità di comprendere gli altri e di riuscire a vedere la loro realtà, cercando di viverla con gli stessi occhi, è una forma di empatia.

In psicologia generale, l’empatia è considerata la capacità di comprendere, in modo immediato, la situazione emotiva dell’altro. Il rispecchiamento, l’incoraggiamento, l’apprezzamento e la fiducia nei confronti dell’altra persona, soprattutto in una relazione d’aiuto, sono caratteristiche che un terapeuta dovrebbe fare proprie. Egli dovrebbe avere la responsabilità, in prima persona, di fare un percorso interiore su di sé, perché più conosciamo noi stessi, più possiamo offrire agli altri il meglio di noi.