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Educare al rispetto del pianeta: la plastica

Educare al rispetto del pianeta: la plastica

Sempre più spesso sentiamo parlare di problematiche ambientali legate alle tecniche sbagliate che negli anni abbiamo adottato per smaltire i rifiuti, in particolare la plastica. La plastica è un materiale che domina la nostra vita quotidiana, la troviamo nelle bottiglie, nelle merendine, nei contenitori di cibo, nei giocattoli e persino in alcuni tipi di pavimenti. Per non parlare delle microplastiche e delle nanoplastiche che hanno completamente invaso gli ecosistemi marini.

Per rendersi conto dell’utilizzo massivo che facciamo di questo materiale basta prendere in cosiderazione alcuni dati: nel 1970 la produzione globale totale di plastica registrata era di 30 milioni di tonnellate, mentre nel 2015 siamo arrivati a 322 milioni di tonnellate in un anno, per un totale  6.300 milioni di tonnellate di rifiuti. Di questi, solamente il 9% è stato riciclato, il 12% è stato incenerito e il 79% lo ritroviamo nelle discariche o nell’ambiente naturale.

In Italia un dato preoccupante è quello legato alle bottiglie di acqua minerale in plastica. Se ne comprano circa 15 miliardi, nonostante la grande maggioranza degli acquedotti sia ideale anche al consumo domestico e l’80% di queste bottiglie non viene riciclato.

Cosa comporta la presenza di plastica non riciclata nell’ambiente?

Col passare del tempo la plastica non riciclata si sbriciola in particelle microscopiche che vengono definite microplastiche o nanoplastiche. Queste hanno raggiunto concentrazioni elevate nelle acque e negli ecosistemi marini, come detto in precedenza. Praticamente non esiste angolo della terra che non sia contaminato.

Queste particelle entrano anche nel nostro organismo e sono particolarmente pericolose per le donne in gravidanza e per i bambini nella prima infanzia.

In che modo entrano nel nostro organismo?

  • tramite ingestione, in quanto sono state rilevate in vari alimenti (ad esempio il sale ed il pesce) e nell’acqua potabile. È stato stimato che che ogni essere umano ingerisca da 39.000 a 52.000 particelle di plastica l’anno.
  • tramite inalazione: le microplastiche e le nanoplastiche o possono essere trasportati nell’aria che respiriamo.
  • attraverso la pelle: gli studi condotti su persone adulte hanno dimostrato che le micro e nanoplastiche non entrano nel corpo tramite contatto con la pelle. Questo, però, non si può affermare con certezza sui bambini e in particolare sui neonati, in quanto lo strato corneo è più sottile e quindi meno efficace nel proteggere dagli agenti esterni, si svilupperà completamente nel quarto anno di vita.

Come fare per limitarne l’esposizione?

  1. controllare il materiale con cui sono realizzati i capi d’abbigliamento dei bambini e le componenti del lettino o della carrozzina. Preferire fibre di origini naturale.
  2. cambiare spesso aria negli ambienti chiusi e spolverare per evitare l’accumulo di queste sostanze.
  3. mettere un tappeto di fibra non trattata nei pavimenti in PVC.
  4. non utilizzare biberon e contenitori di plastica usurati. È preferibile lo sterilizzatore a freddo. Se ne utilizziamo uno a caldo, sciacquare abbondantemente il contenitore dopo.
  5. evitare che i bambini giochino molte ore al giorno con giocattoli di plastica.

La consapevolezza dell’esistenza del problema è già un primo passo verso l’attuazione di accortezze che potrebbero in futuro diminuirlo. Un gesto da compiere è innanzi tutto la riduzione delle plastiche monouso, gesto consigliato anche dall’Unione Europea.

Sui social vari gruppi si stanno impegnando per sensibilizzare gli utenti sull’argomento, in particolare riguardo alla salvaguardia dei mari.

Uno di questi è “Archeoplastica” che, come si legge nella descrizione è un “progetto di sensibilizzazione sull’inquinamento del mare dovuto alla plastica, sfruttandone vecchi rifiuti spiaggiati”.

Durante le giornate dedicate a pulire le spiagge dai rifiuti, ritrovano e mettono da parte dei veri “reperti storici” che il mare ha conservato quasi completamente intatti e lo espongono nelle loro mostre e nei social. Un esempio: un contenitore per talco dei primi anni ’60.

Il messaggio è sempre il solito: ognuno di noi con un pochino di buona volontà può fare qualcosa per cambiare la situazione. Il contributo di tutti è importante.