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Dalla scuola della conoscenza a quella delle competenze

Dalla scuola della conoscenza a quella delle competenze

Ciò che si chiamava “cultura”, qualcosa che dopo lo studio si depositava in noi arricchendo la nostra parte interiore intellettuale ed emotiva, si sta lentamente perdendo.

Assistiamo sempre di più, infatti, alla fine di quella nobile inutilità che a che fare con lo studio in sé , cioè con la libertà sganciata da ogni progettualità futura, puro spazio sconfinato nella mente.

La scuola di oggi, già piena dei suoi tanti disagi e problematiche, invece che rappresentare un orgoglioso bastione di alterità, un contraltare culturale e di valori diversi rispetto ai tempi all’ambiente, diventa una “impresa”, si aggancia al mondo del lavoro e viene ad assumere i valori e i criteri della produzione e del mercato, meno conoscenze più competenze.

La scuola come “altro”

Se le parole chiave di un tempo erano studio, conoscenza insegnamento, istruzione e lezione, ora sono formazione, innovazione e soprattutto competenza. (cfr. La scuola raccontata al mio canePaola Mastrocola).

Le competenze sostituiscono le conoscenze o, quantomeno, le rendono marginali. Non importa il sapere gratuito libero e fine a se stesso ma importa il saper fare. Si apprendono nozioni solo se utili, finalizzate ad un risultato pratico, spendibili nel mondo del lavoro.


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Alla ricerca delle competenze

La scuola viene trasformata ed il manifesto di rottura, che annuncia i nuovi tempi in arrivo, è “LETTERA A UNA PROFESSORESSA”, della scuola Barbiana redatta, ideata a cura di Don Lorenzo Milani nel 1967, in un contesto storico di “rivoluzione sociale” e dello stagliarsi della nuova “scuola democratica”.

Nelle pagine vengono descritti i ragazzi usciti dagli strati sociali inferiori della società, in modo speciale quelli della campagna, i quali a casa non hanno un libro e hanno genitori illetterati, sono respinti da una scuola, una cultura “borghese” che non parla la lingua che sono abituati ad usare e dispensa un sapere troppo “alto” e con il quale fanno fatica a stabilire una qualunque relazione, come ad esempio lo studio della letteratura.

Questo genere di polemica ha segnato la fine del classismo della scuola italiana prima di quella data, aiutando, giustamente, le classi provenienti da ceti bassi, ma ha significato anche un impoverimento dei contenuti della “scuola della conoscenza” a beneficio di una scuola orientata alle competenze, al saper fare. Don Milani ha avuto un merito, quello di salvare un mondo che andava scomparendo, ricco di valori e di saperi: i valori del mondo rurale, contadino.

Si voleva preservare la dignità del saper pratico ed incentivare gli insegnanti alla valorizzazione delle prime “competenze”, senza considerare affatto che quei ragazzi disagiati, delle classi meno abbienti, invece, non si sarebbero affatto sentititi in difetto, perché approcciando allo studio di materie letterarie, avrebbero invece potuto arrivare ad una cultura più alta, come i loro compagni delle classi più agiate: tutti con gli stessi strumenti, giudicati con lo stesso metro (cfr. “Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza”, Paola Mastracola e  “L’aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la sua scuola“, Ernesto Galli Della Loggia).

Competenze vs Conoscenze

Il tempo in cui ci si prendeva il lusso di coltivare lo spirito, prima di consegnarci alle incombenze della vita a adulta, sembra ormai terminato. La competenza è la capacità di usare conoscenze, ma ci sono conoscenze che non si usano, come la filosofia e la letteratura. Che fine faranno, come sopravvivranno?

Ecco come l’accento dell’istruzione si sposta pesantemente e progressivamente dal sapere al fare: fare inteso in vari modi, dal muoversi concretamente nel mondo al risolvere i problemi. E sono le conoscenze tecnico-scientifiche e le relative materie di riferimento a conferire, oggi ormai sempre di più, la competenza del saper fare, una effettiva abilità da spendere realmente nel contesto sociale.

Purtroppo, questa tendenza è sempre più vicina nelle scuole dei più giovani, quando invece dovrebbe affacciarsi solo con gli studi universitari, in preparazione al mondo del lavoro. Ecco, dunque, che si finisce per veicolare un solo concetto: bisogna studiare solo ciò che serve. Per cui, il sapere umanistico, con cui non ci si può fare nulla in concreto, diventa inutile (cfr. “L’utilità dell’inutile” di Nuccio Ordine).

Il sapere umanistico, invece, serve proprio in una età di crescita personale e culturale, serve a costruire il mondo morale e sentimentale, a sviluppare la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni, il rispetto agli altri: “La cultura generale della mente viene prima dello studio professionale e scientifico”. (John Henry Newman).

“Qualcuno ti dirà che la scuola serve solo se riesci a trovarti un lavoro. Non credergli. La scuola serve se riesce a fornirti gli strumenti per gestire un sentimento, smascherare un ciarlatano e ammirare un tramonto, non solo una vetrina”. (Fai bei sogni – Massimo Gramellini)