Ci sono artisti che non si accontentano delle parole che esistono. Le trovano troppo rigide, troppo definite, troppo legate a un significato che non lascia spazio all’immaginazione. Così scelgono di inventarle, o meglio, di reinventare il linguaggio stesso. È quello che accade con i Sigur Rós, la band islandese che canta in una lingua che non esiste, e con J.R.R. Tolkien, il filologo e scrittore che ha creato interi mondi a partire da lingue inventate. Due esperienze lontane, eppure unite da un medesimo bisogno: restituire alla lingua la sua potenza originaria, quella che precede il significato e vibra direttamente dentro l’emozione.
I Sigur Rós hanno chiamato la loro lingua Vonlenska, in inglese Hopelandic, e in italiano “speranzese”. È un idioma privo di grammatica, senza vocabolario né regole fisse. Non esiste alcuna traduzione possibile, perché non c’è nulla da tradurre. Eppure, chi ascolta ha la sensazione che quelle parole significhino qualcosa. L’illusione è così forte che si tende a credere che dietro quelle sillabe ci sia un messaggio nascosto, un senso misterioso. In realtà, lo speranzese è pura invenzione fonetica, una lingua fatta di suoni e vocali che si rincorrono come onde, una glossolalia che nasce dalla voce e ritorna alla voce, senza passare per la mente.
In linguistica e in psicologia della comunicazione, il termine glossolalia (dal greco glossa, “lingua”, e lalein, “parlare”) indica il parlare in una lingua sconosciuta o inventata, priva di significato convenzionale ma dotata di ritmo, intonazione e struttura simili al linguaggio naturale. È un fenomeno documentato fin dall’antichità, spesso associato a contesti religiosi o estatici, come le esperienze mistiche descritte negli Atti degli Apostoli. Gli studiosi contemporanei, tra cui linguisti come William J. Samarin e psicologi del linguaggio come Felicitas Goodman, hanno analizzato la glossolalia come una forma di espressione emotiva profonda, in cui la parola si libera dal senso logico per tornare al suo valore primario: quello sonoro, corporeo e affettivo.
Nel celebre album “( )”, pubblicato nel 2002, la band rinuncia del tutto ai testi tradizionali. Ogni canzone è un flusso di sillabe inventate, pronunciate da Jónsi con intonazioni e ritmi che imitano la lingua parlata. Le frasi sembrano avere una struttura, le parole si ripetono come se avessero un senso, e la voce si muove tra sussurri, aperture, sospensioni. Ma ciò che davvero colpisce è che, pur non capendo nulla, chi ascolta sente tutto. Il messaggio è emotivo, non semantico. Lo speranzese parla direttamente al sentire, bypassa la traduzione e l’analisi, si insinua nei luoghi più profondi dell’animo.
È una lingua universale proprio perché non appartiene a nessuno. Non è islandese, non è inglese, non è un dialetto o un codice segreto, è un linguaggio libero, che vive solo nel suono e nel respiro di chi canta. In questo senso, i Sigur Rós compiono un gesto radicale e poetico: liberano la voce dal peso del significato. La parola torna a essere suono, ritmo, materia viva. Ogni sillaba, anche la più assurda, diventa un luogo di risonanza emotiva. In un mondo dove tutto è spiegato, tradotto e decodificato, lo speranzese restituisce alla lingua il diritto di essere mistero.
All’estremo opposto, ma con la stessa tensione verso la creazione, c’è J.R.R. Tolkien, che non inventa una lingua per sfuggire al significato, ma per crearlo da zero. Da filologo, Tolkien non costruisce suoni casuali: studia la struttura, definisce fonemi, stabilisce regole grammaticali e persino evoluzioni storiche interne. Le sue lingue, come il Quenya e il Sindarin, non sono semplici abbellimenti letterari, ma veri sistemi linguistici, coerenti e raffinati. Quando scrive “Elen síla lúmenn’ omentielvo” (“Una stella brilla sull’ora del nostro incontro”), ogni parola ha una radice, un suono, un’origine etimologica.
Il linguaggio non serve solo a comunicare, ma a costruire un mondo, una civiltà, una cultura. Per Tolkien, creare una lingua significava inventare una visione del mondo. Ogni idioma rifletteva il carattere del popolo che lo parlava: armonioso e musicale quello degli Elfi, più gutturale e duro quello dei Nani, frammentato e rozzo quello degli Orchi. La lingua diventava così lo specchio dell’identità. Nella sua prospettiva, la parola non nasce per caso: è il seme da cui germoglia la narrazione. Non è la storia a generare la lingua, ma la lingua a generare la storia.
Ed è qui che i due mondi, quello dei Sigur Rós e quello di Tolkien, si toccano. Entrambi fanno della lingua un atto creativo. Nei primi, l’invenzione è spontanea, emotiva, libera da strutture. Nel secondo, è razionale, metodica, filologica. Ma in entrambi i casi la parola smette di essere strumento e torna a essere origine. Per i Sigur Rós, la lingua è respiro e suono primordiale, quasi infantile, capace di oltrepassare i confini tra le culture. Per Tolkien, è architettura del pensiero, radice della memoria e del mito.
Conclusione
E forse la verità sta proprio nel punto d’incontro tra questi due estremi. La lingua non è solo un codice per trasmettere informazioni, ma una forma di arte, un modo per abitare il mondo attraverso i suoni. Può nascere da una costruzione rigorosa, come nelle grammatiche di Tolkien, o da un abbandono estatico, come nei vocalizzi dei Sigur Rós. In entrambi i casi, parla di noi: del nostro bisogno di dare forma a ciò che non riusciamo a dire, di dire l’indicibile, di tradurre in suono la parte più invisibile dell’animo.
Forse è questo il miracolo delle lingue inventate, ci ricordano che il linguaggio non appartiene alla logica, ma alla vita. Che non serve comprendere per capire, né tradurre per sentire. Che, a volte, una sillaba inventata può dire più di mille parole vere.

