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“Il profeta” di Kahlil Gibran: Una profonda riflessione sulla vita e l’umanità

“Il profeta” di Kahlil Gibran: Una profonda riflessione sulla vita e l’umanità

Gibran Kahlil Gibran nasce il 6 gennaio 1883 a Bsharri, un villaggio del Libano settentrionale. Nel 1894 emigra con la madre e gli zii negli Stati Uniti, a Boston.

Per il giovane Gibran, è l’inizio di una vita piena di viaggi continui tra l’Oriente e l’Occidente. Comincia il passaggio da una cultura all’altra, assorbendo stimoli e nuova linfa da entrambe le parti: dalla sua terra d’origine, l’Oriente, e la sua terra d’elezione l’Occidente. Nei primissimi anni del Novecento, Gibran si divide tra gli Stati Uniti e anche l’Europa. Si reca a Parigi e frequenta gli ambienti cosmopoliti di quella città che tutti considerano, in quel momento storico, la capitale del mondo. Ha modo, quindi, di studiare approfonditamente la cultura tanto ammirata dell’Occidente.

Sarà capace di assorbire suggestioni ed ispirazioni per tutte le sue opere. Una fra tutte e la più amata, senza dubbio, pubblicata nel 1923: IL PROFETA (The Prophet).

Le influenze culturali di Gibran

La sua opera, Il Profeta, è intrisa di profondi innesti culturali. Gibran ha modo di leggere i classici francesi e rimane affascinato da Voltaire, William Blake e da filosofi come Nietzsche. Testi sacri come la Bibbia, il Corano, testi laici o mistici sono stati il fondamento della sua formazione, insegnamenti basilari.

Il Profeta è il frutto degli anni giovanili di Gibran, tra la cultura di origine dei padri e le culture eterogenee con cui venne in contatto, inclusi il mondo americano ed europeo, per l’appunto, di cui ebbe modo di osservare pregi e difetti, analogie e somiglianze.

Il fascino delle parole di questa sua opera non poteva non catturare una ampia fascia di pubblico, alla ricerca incessante, come Gibran, di risposte alle domande sulla vita e sull’umanità, che ogni essere umano si pone da sempre.

Alla ricerca del senso della vita

Un vero e proprio “senso del sacro” e soprattutto una ispirazione verso la spasmodica ricerca del vero senso della vita. È questo ciò che spinge Gibran ad una profonda ed introspettiva ricerca di questo senso, nel Profeta, attraverso la verità sull’amore e la libertà, temi universali per ogni esser umano.

Il protagonista è proprio lui stesso, Gibran-Almustafa, un profeta, “prescelto e beneamato” che dà voce a queste ricerche, per trovare, attraverso la conoscenza, una via capace di condurre alla vita e alla verità più profonda dell’anima, in grado anche di restituire la voglia ed il gusto di vivere.

Cattura con il suo viaggiare e vagare. Lascia tra le genti perle di saggezza, sermoni sulla vita il desiderio, sull’esistenza, su Dio, il tempo, la natura e le cose anche inanimate, trattando di gioia, dolore, del dare e l’avere, della vita e la morte.

Sa anche parlare di un argomento a me caro, i figli, e può quindi anche definirsi una sorta di “educatore”, un precursore della pedagogia, attraverso una suggestiva poesia che cattura il cuore del tema “genitori-figli”.

“I figli” secondo Gibran

Riporto testualmente la poesia dall’opera “Il Profeta”:

I vostri figli non sono figli vostri.

Sono i figli e le figlie della Vita che ha desiderio di se stessa.

Essi vengono attraverso di voi, non da voi.

E benché siano con voi, non vi appartengono.

Potete dare loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri.

Perché essi hanno pensieri propri.

Potete ospitare i loro corpi, ma non le loro anime, perché le loro anime abitano la casa del domani, che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.

Potete sforzarvi di essere simili a loro, ma non di farli simili a voi.

Poiché la vita non procede al contrario né indugia col passato.

Voi siete gli archi da cui i vostri figli, simili a frecce viventi, scoccano.

L’Arciere vede il bersaglio sul cammino dell’infinito, e vi tende con forza in modo che le Sue frecce possano volare rapide e lontane.

Lasciate che il vostro tendervi le fra le mani dell’Arciere vi dia gioia.

Perché proprio come egli ama la freccia che vola, così ama anche l’arco che rimane fermo.

Ecco, quindi, la metafora della freccia: i figli, come le frecce, volano in alto, vanno dritti e non ritornano indietro sui passi di ciò che è trascorso. Non sono un “boomerang”, pronti a ripercorrere una via già attraversata.

I Figli sono e dovrebbero essere liberi di incamminarsi verso l’infinito, come dice Gibran, rapidi e lontani. E i genitori, senza contemplare invece la speranza di un loro ritorno, dovrebbero andare fieri del futuro che gli si prospetterà.

I figli sono “frecce” che vanno avanti e i genitori “archi fermi”, che sostano e ammirano il percorso intrapreso da ciò che hanno “scoccato”.