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Il contributo psicologico in campo militare

Il contributo psicologico in campo militare

Il reclutamento nelle forze armate gode, da sempre, di una duplice reputazione: buona da un lato e non troppo bella dall’altro. C’è chi decide di arruolarsi per il famoso “fascino della divisa” e chi, invece, si distoglie dal farlo perché vede nel soldato un mero esecutore del potere dello stato. Tanti giovanissimi scelgono di perseguire la carriera militare spinti dall’idea di combattere, di affrontare un nemico, e di sentirsi più forti.

Ma è realmente solo questo il sistema militare? Ci affidiamo davvero, in caso di pericolo, a persone che azzardano il proprio futuro a discapito di chi ha la certezza di voler difendere il proprio paese? O semplicemente ignoriamo che sotto quella divisa c’è chi crede ancora in quello che fa e in quello che siamo, al punto tale da rischiare, con orgoglio, la propria vita?

Chiunque scelga di diventare un militare, un carabiniere o un poliziotto è prima di tutto un essere umano, esattamente come chi sceglie di diventare altro. E in quanto tale ha il diritto, e il dovere, di esplodere emotivamente, prima ancora che in un campo di battaglia.

Psicoanalisi del guerriero: dalla Grande Guerra ai nostri giorni

L’esigenza di curare psicologicamente i soldati si ebbe dopo il primo conflitto mondiale, quando ci si rese conto che gli stessi soldati tornavano dal fronte con atteggiamenti sconcertanti (mancanza di espressività, sguardo fisso, perdita di memoria, paralisi fisica) tipici della nevrosi da guerra.

La guerra iniziò a coinvolgere non solo chi la faceva ma anche chi la guardava, soprattutto da lontano.  Divenne, così, un vero e proprio oggetto di studio, soprattutto dal punto di vista psicologico, tanto da essere argomento dominante di un lungo dibattito epistolare tra Einstein e Freud.

Lo scienziato, nel 1932, decise di interpellare il padre fondatore della psicoanalisi per far sì che gli fosse chiarita quella che lui stesso definì una “domanda urgente”. Einstein voleva sapere se esisteva un modo per allontanare gli uomini dalla guerra. La risposta non fu affatto breve.

La risposta di Freud

Freud parlò della guerra in qualità di pulsione dell’essere umano. Egli affermava che la ragione di uno scoppio bellico non era da ricercarsi tanto nella guerra stessa quanto nella mancanza di un equilibrio di istinti all’interno dell’individuo. Secondo Freud, l’essere umano è un concentrato di pulsioni, buone e cattive, di Eros e Thanatos, due forze impiegate nell’affermazione reciproca di una continua dimensione egualitaria per evitare che ci sia una prevaricazione dell’una sull’altra. Nell’esatto momento in cui questo non avviene, l’animo umano è soggetto ad uno scoppio interno, tale da condurre all’esplosione di patologie invalidanti.

La soluzione, secondo lo psicoanalista, non è però stroncare una delle due dimensioni quanto tenerle a bada. Insomma, Freud invita il suo destinatario a considerare la guerra come una qualsiasi calamità naturale con cui l’uomo interagisce. Per Freud il problema non è la guerra, ma il modo che ci è stato insegnato di essere civili. Vivere civilmente significa creare condizioni di assoluto pacifismo, risultanti dalla messa a tacere dei propri istinti. Questo non farà altro che creare una continua ebollizione latente all’interno dell’essere umano.

La soluzione, allora, è quella di placare le nostre battaglie interne per evitare che diventino esterne, cercando di raggiungere una condizione totale di equilibrio.


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La “killologia” di Dave Grossman

Tedesco di origine, ex tenente colonnello dell’esercito americano, studioso di fama mondiale nel campo dell’aggressività e della criminalità violenta, noto per numerose collaborazioni con le accademie militari statunitensi, Dave Allen Grossman è il fondatore della “killologia”: una nuova scienza che studia il modo di reagire delle persone sane in casistiche di combattimento.

Grossman è un fervido sostenitore del corpo umano e delle debolezze che lo caratterizzano, rendendo ciò il punto di forza della sua teoria. Tutto inizia dalla paura e dal comprendere come il corpo reagisca ad essa.

Nel momento in cui si trova dinanzi ad un pericolo, l’essere umano inizia ad attivare una serie di meccanismi biologici e a spegnerne altri. Ecco perché in circostanze come quelle belliche può capitare che il soldato abbia una percezione diversa della realtà. Potrebbero capitare casi in cui il combattente divenga sordo allo sparo dell’arma che possiede o ne percepisca il colpo in modo eccessivamente rumoroso.

Lo stesso può dirsi della vista. Potrebbe verificarsi che, a causa dell’ansia, il sistema non elargisca le istruzioni in modo efficace, provocando fenomeni come quello della “visione a tunnel”, in cui a causa di un maggior rilascio di corticosteroidi, i famosi ormoni dello stress, il soggetto ha una visione selettiva più sviluppata rispetto a quella periferica.

In una situazione di guerra, questo potrebbe compromettere la mira di un bersaglio. Grossman invita, allora, a riflettere non tanto sulla validità dei soldati che compongono un esercito quanto sulle risorse che hanno a disposizione per combattere una guerra – non solo sul piano dell’addestramento tecnico/militare ma anche su quello psicologico.

In un’intervista nel 2004, Grossman dichiarò: ”Le moderne tecniche di training ti mettono in grado di uccidere senza pensiero cosciente. Rendiamo possibile l’uccisione senza pensiero cosciente. E, francamente, quando viene il momento della verità, devono essere in grado di farlo. Chi non è addestrato ad uccidere verrà ucciso. Quindi gli insegniamo a uccidere senza pensiero cosciente, e loro imparano ad uccidere a quel livello di riflesso muscolare automatico”.