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I nuovi scenari della professionalità docente

I nuovi scenari della professionalità docente

In occasione della Giornata Mondiale dell’Insegnante, questo contributo vuole proporsi come stimolo e come provocazione per avviare un’attenta riflessione sul tema, molto dibattuto in questi ultimi tempi, del nuovo profilo professionale del docente e di tutti i soggetti impegnati nel campo dell’educazione – e, nello specifico, delle competenze riferite alla loro funzione e alla interazione con gli allievi.

IL DOCENTE: UNA FIGURA IN EVOLUZIONE

Le nuove prospettive aperte dall’evoluzione del sistema educativo, nonché i profondi cambiamenti che caratterizzano l’intera società, pongono domande alte e pressanti di professionalità, che richiedono agli insegnanti responsabilità culturali, etiche, ma anche migliori competenze socio-psico-pedagogiche, relazionali e organizzative.

L’impostazione della didattica tradizionale basava essenzialmente il suo intervento nella trasmissione di un pacchetto di modelli disciplinari confezionati, in cui l’insegnante svolgeva una funzione trasmissiva del suo bagaglio di conoscenze (secondo la tecnica del travaso) e di competenze, ispirato a un concetto di quantità rispetto alla qualità.

L’attività didattico – educativa era centrata su una funzione puramente riproduttiva/esecutiva, in cui si ripetevano modelli conoscitivi e operativi fissi, validi per tutte le stagioni, senza variazioni sul tema, divagazioni creative, o pause di riflessione. Non c’era, insomma, “tempo da perdere”, perché eventuali arresti o rallentamenti avrebbero compromesso lo svolgimento di tutto il programma predefinito, con grave pregiudizio del personale prestigio dell’educatore.

La Scuola e le Agenzie educative di oggi sono, invece, chiamate a garantire offerte adeguate e corrispondenti alle domande e alle sfide che una società in continua evoluzione pone in modo sempre più pressante.

Tale esigenza e le istanze di tipo pedagogico di tutte le scuole di pensiero concordano, infatti, nel concetto basilare che il fulcro del processo educativo è centrato sull’allievo che apprende, il quale deve: 

  • appropriarsi di strumenti logico-formativi, di analisi, di sintesi e comunicazione;
  • cogliere il senso delle cose che apprende;
  • acquisire capacità di ragionamento e consapevolezza dei “perché” e dei “come”;
  • praticare il dubbio e la curiosità;
  • collegare l’esperienza alla riflessione;
  • sviluppare la capacità critica. 

L’interesse degli educatori va, allora, spostato dal campo dei saperi “ricettivo-riproduttivi” e dei contenuti disciplinari circoscritti e impermeabili a quello della metacognizione, cioè all’esplicitazione dei processi che sottendono all’apprendimento (motivazione e desiderio di “apprendere ad apprendere”, capacità di procurare conoscenze, ecc.). 

Ne deriva una nuova definizione della funzione dell’insegnante: da docente tutto teso alla lezione-memorizzazione, esecuzione a docente stimolatore e facilitatore di situazioni di apprendimento e a docente ricercatore, in grado di arricchire costantemente il suo “saper fare” sul piano metodologico-didattico e su quello della partecipazione all’innovazione e allo sviluppo.

LE COMPETENZE DEL DOCENTE

Tutti gli insegnanti dei vari ordini di scuola sono chiamati a padroneggiare competenze plurime, che investono diversi campi di intervento, e che, in qualche modo, possono essere sintetizzati in una sorta di decalogo.

  1. COMPETENZE CULTURALI, ovvero la capacità di padroneggiare i contenuti specifici della disciplina specifica nella sua evoluzione, di individuarne i nuclei fondanti che la caratterizzano in una prospettiva dinamica e generativa e di collocarne le finalità e gli obiettivi di apprendimento all’interno delle finalità generali dell’azione educativa.
  2. COMPETENZE METACOGNITIVE, che consentono agli insegnanti di superare gli steccati disciplinaristici, per inserirsi in una dimensione operativa ad ampio respiro, che interessi oltre alla sfera cognitiva anche quella affettiva e quella socio-relazionale.
  3. COMPETENZE METODOLOGICO-DIDATTICHE, che riguardano la organizzazione del sapere in funzione degli obiettivi dati e la predisposizione di mezzi, metodi e strategie operative efficaci, utilizzando anche le nuove tecnologie, per realizzare percorsi personalizzati. Nel piano di lavoro sono logicamente previsti il controllo e la verifica dei tempi, dei modi e dei ritmi del processo di apprendimento, nonché la valutazione degli esiti finali.
  4. COMPETENZE ORGANIZZATIVE della vita associativa, che prevedono lo svolgimento di una serie di attività connesse con l’attività didattica o ad essa complementari.
  5. COMPETENZE CREATIVE, collegate alla capacità di superare la semplice applicazione di formule, di contestualizzare , di reinventarle sulla base delle diverse situazioni educative che si presentano, di tirar fuori “l’inedito” e di far tesoro delle soluzioni divergenti spesso proposte dagli alunni stessi.
  6. COMPETENZE RIFLESSIVE, che consentono loro di scrutarsi dentro, di guardare agli altri oltre la cortina delle apparenze, di sollecitare gli alunni a porsi domande e invitarli a riflettere sulle loro azioni, a farli ragionare sul risultato di un compito o su un comportamento.
  7. COMPETENZE VALORIALI, riguardanti gli atteggiamenti fondamentali in ordine al proprio stile di vita e al modo di porsi nei confronti degli altri (autorevolezza, credibilità, affidabilità, coerenza, senso di responsabilità).
  8. COMPETENZE DI AUTOANALISI E DI SENSO CRITICO, riguardanti la capacità di mettersi in discussione e di giudicare obiettivamente il proprio operato.
  9. COMPETENZE DI GESTIONE DELLA PROPRIA SFERA EMOZIONALE, in quanto insegnanti fragili dal punto di vista emotivo non potranno essere punto di riferimento valido per gli alunni, né valido aiuto in situazioni di difficoltà.
  10. COMPETENZE RELAZIONALI E COMUNICATIVE con gli alunni, e con i genitori, che costituiscono la base fondante dell’azione didattico-educativa educativa.


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LA COMUNICAZIONE CON GLI ALUNNI

Il rapporto docente-discente, che caratterizza, in modo costante, l’azione educativa, è spesso oggetto di studio e dibattito da parte di studiosi ed esperti del settore.

Tale rapporto diventa sempre più complesso e problematico in una società che, come afferma lo psichiatra Paolo Crepet nel suo libro “Non siamo capaci di ascoltarli”(Einaudi, 2001), non agevola la comunicazione, ma alimenta spesso rapporti cinici ed egoistici tra le persone, determinando una forma di “autismo emotivo reciproco”.

Afferma sempre Crepet che i bambini e gli adolescenti sono sempre soli per la latitanza fisica e affettiva dei genitori.

La cosa più sorprendente è che questo tempo di solitudine è quasi uguale al residuo di comunicazione familiare: la cena. Il tempo medio in cui si sta a tavola la sera è di tredici minuti al lordo di tutto, telegiornale compreso. Terminata la cena, la famiglia si divide in una sorta di diaspora: papà va a sdraiarsi sul divano in salotto a vedere la televisione, mamma va in cucina a finire di sfaccendare, l’adolescente si chiude nella sua tomba tecnologica – la stanza da letto – a giocare con la Playstation, a telefonare o a chattare con gli amici. Se volete spaventare a morte un adolescente proponetegli di cenare in ventisei minuti: inorridirà”.

Questa lunga premessa, che potrebbe sembrare inopportuna, perché riferita a problematiche relazionali di tipo familiare, in realtà, chiama in causa anche la scuola e le agenzie formative extrascolastiche, come le società sportive, che dispongono di uno spazio comunicativo significativo, certamente molto lungo e più dilatato rispetto alle opportunità comunicative offerte dalla famiglia.

La interazione docente-discente rappresenta un tentativo di incontro, che si concretizza con la possibilità di attuare scambi di messaggi tramite la comunicazione.

L’atto del comunicare è, quindi, un comportamento umano fondamentale per muoversi nel mondo delle relazioni e dei rapporti.

È un comportamento vitale e necessario, ma non sempre agevole da realizzare, soprattutto quando, come spesso avviene tra insegnanti e alunni, tende a ridursi ad una “comunicazione ad una via” nella trasmissione dei messaggi. 

Comunicare, in campo educativo, non è stabilire un rapporto generico, freddo e impersonale, ma creare una corrente carica di emotività e affettività. D’altronde il processo di apprendimento nasce, fondamentalmente, da un atto d’amore fra il docente e l’allievo, che si potrebbe simbolicamente rappresentare come uno “scambio di doni”. 

Senza flussi emotivi c’è sordità, non si riesce a mettere dentro nulla, né a tirar fuori, come diceva Socrate, le dotazioni native dell’allievo.

L’insegnamento, dunque, si realizza attraverso un processo di comunicazione, che oltre a scambiare messaggi e informazioni, stimola alla scoperta, suscita interessi, promuove feed-back, innesca operazioni mentali e spinte motivazionali.

In questo senso l’atto del comunicare è strettamente legato alla continua interazione fra chi insegna e chi apprende e risulta determinante per garantire l’efficienza e l’efficacia dell’atto educativo.


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