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Cosa è la vittimologia?

Cosa è la vittimologia?

La vittimologia è un’appendice della criminologia con una forte connotazione sociologica, tanto da essere definita anche “sociologia della vittima” (Uberto Gatti, professore emerito di criminologia).

Il termine vittimologia è stato coniato nel 1949 dallo psichiatra Frederick Wertham, uno dei padri fondatori di questa branca, affermatasi negli anni Quaranta come studio sistematico delle vittime del reato. Le teorie di Wertham sono state, in seguito, riprese e rielaborate dal criminologo tedesco Hans von Hentig, conosciuto per aver condotto le prime ricerche sui fattori di vittimizzazione e sugli aspetti di prevenzione: con la sua opera «The criminal and his victim», pubblicata nel 1948, la vittimologia è elevata a dignità scientifica.

Mendelsohn, un altro dei padri fondatori di questa disciplina, sin dagli anni Trenta conduceva le sue ricerche nel corso della sua attività di avvocato, somministrando dei questionari ai suoi clienti e alle vittime, per comprendere le possibili interazioni tra vittima e reo. Inizialmente fu spinto da motivi professionali (per rafforzare la difesa dei propri clienti, egli intendeva dimostrare la concausa della vittima); in seguito, divenne promotore di un’azione politica e sociale in favore di una maggiore tutela dei diritti delle vittime, avviando il carattere di rivendicazione e di movimento sociale che la vittimologia avrebbe assunto nel tempo. Egli evidenziò alla società il disinteresse delle istituzioni e del sistema penale ai bisogni della vittima, invocando l’affermazione di politiche maggiormente orientate alla vittima. In definitiva Mendelsohn rappresenta per la vittima ciò che Beccaria rappresentò per il reo quando ne denunciò le disumane condizioni (Vittimologia. Origini, concetti, tematiche).

Diversi ambiti della vittimologia

La vittimologia si distingue in:

  • vittimologia generale (qualunque forma di vittimizzazione, non esclusivamente di matrice criminale, ma anche di fenomeni naturali o altri eventi che provochino una lesione all’integrità dell’individuo);
  • vittimologia criminale o penale (si occupa esclusivamente delle vittime dei reati);
  • vittimologia clinica (si occupa della riduzione degli effetti della vittimizzazione).

Il carattere di advocacy della vittimologia

Negli ultimi anni la vittimologia ha assunto sempre più un carattere di advocacy, di movimento politico e sociale di tutela attraverso cui si reclama una maggiore attenzione alla vittimizzazione ed il riconoscimento di diritti umani in favore delle vittime.

I movimenti sociali sostenitori delle vittime hanno acquisito visibilità sul finire degli anni Sessanta, negli Stati Uniti, in reazione a un generale movimento di contestazione sociale e a causa dell’incremento dei tassi di criminalità.

La contestazione sociale inizialmente richiedeva il riconoscimento di maggiori diritti in quanto alcuni gruppi sociali (soprattutto gli afroamericani, le donne, i diversamente abili, gli omosessuali) gravavano in situazioni di marginalità ed erano maggiormente esposti ad azioni delittuose.

Particolarmente incisiva fu l’azione dei movimenti femministi, che evidenziarono all’opinione pubblica le condizioni di marginalità delle vittime di abusi sessuali e il comportamento maschilista delle Forze dell’Ordine e del sistema giudiziario, richiedendo un cambiamento nell’amministrazione della giustizia.

Il clima di contestazione fu propizio per una serie di riforme sociali via via estese a diversi ambiti di vittimizzazione: dapprima le donne, in seguito i minorenni, gli anziani, gli immigrati e in tempi recenti la tratta degli esseri umani.

Dal carattere iniziale di attivismo politico, la vittimologia assume lo status di una vera e propria disciplina scientifica supportata da ricerche empiriche utilizzate in ambito clinico, giuridico, psicologico e, più in generale, nelle politiche sociali. Infine, ottiene positivi riscontri nella popolazione, sensibilizzando i cittadini sui problemi che la vittimizzazione comporta: sofferenze fisiche, morali, materiali, fragilità psicologica.

La vittimologia e l’ONU

La tutela delle vittime è stata analizzata per la prima volta in modo organico dall’Assemblea Generale dell’Onu nella «Dichiarazione dei basilari principi di giustizia per le vittime del reato ed abuso di potere», adottata con la Risoluzione n. 40/34 del 29 novembre 1985, al fine di sensibilizzare gli Stati Membri ad implementare politiche preventive e risarcitorie in favore delle vittime.

La definizione di vittime fornita dalla Risoluzione affronta la questione da una nuova prospettiva, soffermandosi sull’aspetto della “lesione” che va ad incidere sulla qualità della vita e sul benessere, che, laddove negato, amplifica il concetto di vittimizzazione.

La Risoluzione, peraltro, enuncia i diritti delle vittime, mettendo in luce la situazione di vittimizzazione secondaria che si determina qualora, oltre a patire il danno, si subisce l’indifferenza e talvolta il sospetto proprio da parte degli organi che dovrebbero garantire la giustizia.

La situazione in Italia

In Italia il dibattito sulle vittime del reato è stato avviato nei primi anni Settanta soprattutto da Guglielmo Gulotta, avvocato e psicologo, e dal criminologo Augusto Balloni, uno dei più accreditati studiosi di questa materia.  Nel 1976 Gulotta ne fornisce una definizione non soltanto dal punto di vista della persona offesa dal reato, ma ponendo attenzione alla dinamica dell’evento, alla criminogenesi e alla criminodinamica: secondo lo studioso la vittimologia è «una disciplina che ha per oggetto lo studio della vittima di un crimine, delle sue caratteristiche biologiche, psicologiche, morali, sociali e culturali, delle sue relazioni con il criminale e del ruolo che ha assunto nella genesi del crimine» (G. Gulotta, La vittima).

Le vittime del crimine

Nel 2009 Anna Maria Giannini, professore ordinario di psicologia presso l’Università la Sapienza di Roma, e Barbara Narni nell’ambio di una ricerca sulla vittimologia evidenziano il ruolo fondamentale svolto dai mezzi di comunicazione di massa e dal sistema di giustizia penale ed in particolare analizzano gli effetti della vittimizzazione secondaria. Il volume «Le vittime del crimine» raccoglie una serie di interventi di esperti che affrontano, secondo diverse prospettive, la tematica della vittimologia, partendo dall’esigenza di valorizzare la dignità della vittima in ogni luogo e in ogni circostanza.

Le autrici parlano di “vittimizzazione secondaria”, della sottovalutazione dei danni che possono scaturire per la vittima dalle disfunzioni del sistema di giustizia penale; del rischio di riservare al soggetto passivo del reato una posizione secondaria e marginale rispetto a quello del reo, con una sorta di rovesciamento di quella che dovrebbe essere la posizione naturale; nonché del rischio che deriva dall’applicazione dei benefici premiali, che in alcune occasioni possono generare nella vittima la percezione di una “giustizia ingiusta”.

Tale ricerca determina la nascita di una nuova branca, la criminologia victim-oriented, orientata alla cura e al riconoscimento delle vittime; la IV edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM) introduce il “disturbo post traumatico da stress” che si sviluppa in seguito all’esposizione ad un evento stressante e traumatico che la persona ha vissuto direttamente o a cui ha assistito e che ha implicato morte o minacce di morte o gravi lesioni o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri.

Vengono altresì definiti i tre obiettivi della vittimologia: diagnostico, preventivo e riparativo.


Riferimenti bibliografici

  • U. Gatti, Il contributo della criminologia allo studio delle vittime, in A. Giannini, B. Nardi
  • A. Saponaro, Vittimologia origini, concetti, tematiche, Giuffrè Editore, Milano, 2004
  • G. Gulotta, La vittima, Giuffré, Milano, 1976, p. 9
  • A. Giannini, B. Nardi, Le vittime del crimine, Centro Scientifico Editore, Torino 2009