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L’Alzheimer: dalle origini della malattia ad oggi

L’Alzheimer: dalle origini della malattia ad oggi

La storia

La prima volta che si accennò all’Alzheimer fu nel 1906, quando lo psichiatra e neuropatologo tedesco Alois Alzheimer esaminò il caso di una donna di 51 anni, Auguste Deter, affetta dalla malattia, la quale manifestò un’evidente perdita di memoria a breve termine.

Quando la donna morì, Alzheimer decise di eseguire egli stesso l’autopsia. Attraverso un’attenta analisi anatomica del cervello della donna notò alcuni depositi anormali nel tessuto nervoso. La teoria del medico, in un primo momento respinta, iniziò a prendere piede lentamente finché, nel 1910, Emil Kraeplin, uno dei padri fondatori della moderna psichiatria, nel suo “Trattato di psichiatria” parlò di una nuova forma di demenza, definendola “malattia di Alzheimer”, in onore del suo scopritore.

Cos’è l’Alzheimer

L’Alzheimer è una patologia neuro-degenerativa a decorso cronico e progressivo. Attualmente è la causa più nota di demenza. Circa il 5% della popolazione manifesta la patologia a 65 anni, mentre il 20% si ammala dopo gli 85. In alcuni casi il decorso è alquanto precoce e la malattia si manifesta intorno ai 50 anni di età. L’Alzheimer si caratterizza per un accumulo di placche senili nel cervello. Si definisce come un’alterazione del metabolismo di una proteina (APP) precursore di un peptide neurotossico definito beta amiloide. Queste alterazioni colpiscono prevalentemente l’ippocampo, fino ad estendersi all’intera corteccia. A ciò si aggiungono delle degenerazioni neurofibrillari, definite lesioni intracellulari, causate dall’accumulo di proteine tau all’interno dei neuroni. Queste arrivano a schiacciare i neuroni stessi compromettendo il loro funzionamento assonale.

Una percentuale inferiore al 5% si ammala a causa dell’ereditarietà della malattia. Il 95% restante, invece, non ha familiarità con la patologia.

Sintomi e trattamenti

Generalmente i sintomi dell’Alzheimer possono variare da soggetto a soggetto. Tuttavia, bisogna prestare attenzione ad un sintomo comune, ossia la perdita di memoria. Per poter diagnosticare la malattia è opportuno che questi sintomi siano accompagnati da problematiche inerenti ad almeno altri due ambiti, tra cui:

  • afasia (difficoltà di linguaggio)
  • aprassia (difficoltà di movimento)
  • agnosia (difficoltà percettive)
  • compromissione delle funzioni esecutive.

Talvolta, a questi sintomi, si affiancano depressione, disturbi del sonno e disturbi comportamentali (allucinazioni e deliri) a cui si accompagnano anche alterazioni di personalità.

Più che parlare di cure associate all’Alzheimer, si parla di prevenzione. Il modo migliore per fronteggiare questo tipo di malattia, infatti, è quello di avvalersi di uno stile di vita sano ed equilibrato, dal punto di vista fisico, alimentare e soprattutto psicologico così da scongiurare un possibile deterioramento cognitivo.

A livello farmacologico, si procede con gli inibitori dell’acetilcolinesterasi, i quali non impediscono la malattia ma ne rallentano il decorso.


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Ripercussioni psicologiche dell’Alzheimer su pazienti e caregiver

Quando si parla di malattie, spesso, si tende a sottovalutare il danno psicologico che esse provocano, nei pazienti ma anche nei cosiddetti caregiver, ossia coloro che si prendono cura, in questo caso, del malato. Questo perché il “colpo” viene accusato tanto dalla persona che si ammala quanto da chi è costretto a vedere il progresso della malattia. Nel caso specifico dell’Alzheimer, per esempio, il familiare che assiste (spesso un figlio nei confronti del proprio genitore) si vede costretto ad accettare un cambiamento di atteggiamenti ed una modifica nel modo di relazionarsi, verso se stesso e verso gli altri, che non credeva essere possibili.

Cosa fare, allora, in questi casi? Innanzitutto è bene che il caregiver lavori, gradualmente, sull’accettazione della malattia e si prepari al fatto che si tratta di una condizione irreversibile. Momenti di calma si alterneranno a momenti di sfiducia e irritabilità, verso la patologia ma anche verso il paziente: questo è da evitare, in quanto il malato di Alzheimer, che già affronta una condizione di enorme disagio, potrebbe arrivare a perdere, pian piano, la fiducia in se stesso. L’atteggiamento istintivo, più semplice, potrebbe essere quello di accantonare, allora, il soggetto affetto perché “tanto non capisce più nulla”.

In realtà sarebbe opportuno avvalersi di un approccio completamente opposto: il malato di Alzheimer deve essere reso partecipe all’interno del suo nucleo familiare e trattato come ogni membro della famiglia normalmente. E così, ad un invito a cena, a pranzo o ad un qualsiasi evento che si rispetti, il paziente deve assolutamente essere incluso e non messo in disparte o lasciato a casa. Rispettare la sua condizione vuol dire proprio tener conto di lui, di quelli che sono e saranno i suoi aspetti e prestargli le dovute cure, psicologiche prima ancora che farmacologiche proprio per evitare un deterioramento cognitivo precoce.

È evidente quanto questo comporti uno stress emotivo non indifferente per chi gli sta accanto. Come si diceva, spesso è il figlio a vedere il proprio genitore che si ammala. Figlio che deve fare i conti con una condizione davvero particolare, in cui vi è un vero e proprio scambio di ruoli: il figlio fa da mamma/papà al proprio genitore e non più il contrario. Oltre che sentirsi completamente depauperato della figura genitoriale, quasi come fosse stato abbandonato, il figlio di un malato di Alzheimer avverte un senso di grande responsabilità poiché la vita del proprio genitore sembra dipendere completamente da lui. E così comincia a sovraccaricarsi di oneri e colpe.

Per fare in modo che questo non accada bisogna imparare a ritagliarsi del tempo per se stessi, in modo da non far ricadere l’enorme senso di stanchezza della condizione anche sul malato, impotente quanto il suo caregiver. Spesso c’è chi decide, in preda alla disperazione, di abbandonare il proprio lavoro, credendo di compiere un gesto nobile verso la persona assistita. Ma ciò è del tutto irrispettoso nei propri confronti.

In condizioni del genere è come se si arrivasse a perdere il senso della misura. Si è impotenti dinanzi ad una malattia che ha già deciso il suo decorso. Ma nonostante questo, per quanto difficoltoso possa apparire, ritrovare la forza e farsi coraggio è sempre stata una tecnica infallibile per contrastare “il nemico”.