L’antropofagia, anche comunemente denominata cannibalismo, è la pratica di ingerire carne della propria specie.
Non è sempre considerato un atto predatorio: spesso fa parte delle consuetudini della specie animale o, come osserveremo, è dettato da veri e propri casi di necessità.
A livello psicologico possiamo inquadrare il cannibalismo come una perversione o una parafilia. All’interno del DSM-II ritroviamo, per la prima volta, la descrizione di questo comportamento, il cui termine va riservato a individui sostanzialmente non socializzanti e il cui comportamento li porta ripetutamente in conflitto con la società. Essi sono incapaci di una significativa lealtà verso individui, gruppi o valori sociali. Si mostrano grossolanamente egoisti, insensibili, irresponsabili, impulsivi e incapaci di provare senso di colpa o di imparare dall’esperienza e dalla punizione. La loro tolleranza alla frustrazione è bassa e tendono a biasimare gli altri o a offrire plausibili razionalizzazioni per il loro comportamento. La maggior parte degli individui che ne soffre è di sesso maschile e presenta un quoziente intellettivo medio-alto. Lo scopo principale nella pratica del cannibalismo, per loro, è ricavarne piacere sessuale usando il contatto con l’altro solo attraverso la sconsacrazione della carne.
All’interno del DSM ritroviamo l’atto di antropofagia anche nella condizione di schizofrenia. Attraverso un comportamento di tipo schizoide, l’individuo può sentirsi costretto a nutrirsi di carne umana, guidato da una psicosi di tipo mistico.
Importante è anche il ruolo della Sindrome di Renfield, non proposta, però, in nessun manuale diagnostico. La Sindrome di Renfield, definita anche vampirismo clinico, è una parafilia in cui l’eccitazione sessuale risiede nel vedere o ingerire sangue. Il termine fu coniato tramite l’interpretazione psicanalitica nel 1964, e il quadro clinico fu poi proposto come una particolare condizione nel 1985 da Herschel Prins.
Ma quali sono le cause psicologiche dietro questi fenomeni?
Questi soggetti esercitano il proprio potere di possesso sull’altro, affermando: “se la vittima è mia, rimarrà tale anche dopo la morte”. L’ingerire parti della vittima stessa costituisce la concretizzazione di questa affermazione. Il carnefice mangia, ingoia e digerisce la vittima che si dissolve, cessando di esistere se non all’interno del carnefice stesso. La vittima viene disumanizzata, ridotta a carne e corpo, privata di ogni connotazione di essere degna. Non è più una persona, nella migliore delle ipotesi è un oggetto, nella peggiore non è nulla. Questa condizione permette al soggetto che compie l’atto di avere potere sull’altro.
Il caso Armin Meiwes
Focalizzandoci su Armin Meiwes possiamo identificare questo caso, rispetto a quello di Dahmer, come una nuova frontiera dell’antropofagia. Lo strumento principale utilizzato da Meiwes fu internet. Infatti, la sua ricerca di vittime nasce dalla creazione di un forum nel deep web denominato “The Cannibal cafè“. I contenuti all’interno di questo forum, inizialmente, erano contenuti sessuali molto forti ed espliciti, ma lo scopo principale del carnefice era quello di individuare delle possibili vittime che volessero essere mutilate e mangiate. Paradossalmente la richiesta di questa pratica fu un successo, tanto che Meiwes creò appositamente, all’interno della sua abitazione, una camera denominata Il Mattatoio. Meiwes non è identificato, però, come serial killer. Questo deriva dal fatto che commise un solo delitto per cui fu condannato. L’episodio con la vittima, Bernd Jurgen Brandes, ritrae una condizione di antropofagia che sfocia nella predominazione sull’altro e la perdita di controllo. Innanzitutto Meiwes decide di riprendere l’atto che, potremmo identificare, come una sorta di souvenir per rivivere il momento tramite la masturbazione. La mutilazione genitale, però, fu richiesta dalla stessa vittima, magari affetta da una condizione di Vorarefilia.
Dopo la mutilazione e l’atto antropofago, però, la situazione degenera. Meiwes non uccide subito la vittima: il suo potere predatorio si manifesta proprio in questo momento, attraverso la decisione della morte e la costrizione della sofferenza che l’uno reca all’altro. Il delitto si conclude infine con la mutilazione del corpo della vittima.
Il crimine fu scoperto solo a causa di ulteriori annunci pubblicati da Meiwes dopo l’accaduto.
Meiwes fu condannato all’ergastolo. In un’intervista rilasciata a RTL, egli stesso ha ammesso: «È una bella sensazione sentire la vittima parte di sé».
Questa vicenda rimarca la dimensione di un cannibalismo di tipo magico, un intreccio dai confini labili e non ancora ben esplorati. Si tratta di condizioni estreme di crudeltà, difficili da osservare se non in celebri casi mediatici.
Conclusioni
In conclusione, possiamo ora analizzare il cannibalismo sotto diversi punti di vista. La dimensione del potere è un aspetto fondamentale quando ne parliamo in termini di perversione: il predominio sull’altro è un concetto che, in realtà, applichiamo quotidianamente. Se ci soffermiamo sui motivi emersi e sopracitati, l’antropofagia si rivela come una declinazione estrema del modo in cui interagiamo con il prossimo. Il voler essere l’altro e il volerlo distruggere sono dinamiche che rappresentano la nostra società odierna, rintracciabili in qualsiasi sfaccettatura della nostra vita.
Anche quando si parla di femminicidio, cosa vuole ottenere realmente l’uomo? Una prevaricazione verso l’oggetto che egli ritiene suo e che percepisce come più debole. Come affermava Sagawa, per possedere realmente una persona bisogna mangiarla. In quest’ottica, il cannibalismo non è solo attivo, ma anche passivo; diventa, così, una metafora.
Perché, allora, lo associamo subito a fantasie dantesche – non applicabili alla vita reale, bensì confinate in una dimensione surreale e a tratti irreale? Lo colleghiamo a icone cinematografiche come il celebre Hannibal, o al massimo ai cosiddetti ‘mostri’, parafilici e folli, ma mai alla nostra quotidianità. Eppure, se guardiamo più da vicino, la nostra società è intrisa di logiche antropofaghe. Il predominio sull’altro fa parte del nostro giorno per giorno: lo osserviamo tra gli adolescenti, nel bullismo e nel nuovo cyberbullismo. Sembra che tutti noi abbiamo fame dell’altro, che vogliamo ‘un pezzo’ di qualcuno; e quando questo non può avvenire in modo metaforico, si sfocia nella violenza.
Definire il cannibalismo come una condizione semplicemente anormale non descrive appieno la nostra realtà, né nel bene né nel male. Lo ritroviamo, infatti, in diverse culture e religioni, compresa quella cristiana: nell’Eucarestia ingeriamo il corpo di Cristo, che Egli stesso ci offre come segno di purezza. Egli si dona a noi e noi lo accogliamo metaforicamente, facendo nostro un pezzo di Lui.
Il consenso è l’altro capostipite che ci permette di non sovrastare l’altro, ma di trarne spunto, di essere migliori osservando l’altro e di essere una comunità. Siamo le persone che abbiamo conosciuto, osservato e con cui abbiamo parlato. Siamo il senso comune che ci rende tutti uguali e tutti diversi. Una società mosaica che mangia l’altro senza ucciderlo, che prova rimorso per averne preso una porzione. È quindi difficile a livello clinico, individuare effettivamente il perché dell’antropofagia, dell’atto preistorico del mangiare l’altro, come per le tribù amazzoniche. Risulta difficile comprendere l’antico sacrificio umano rivolto alle divinità, quando in realtà noi stessi, oggi, ci sacrifichiamo continuamente per il prossimo. Tanto che chi non lo fa non viene ritenuto parte della nostra società o della nostra visione del mondo. Il sacrificio, l’atto del mangiare e del bere, il consenso: sono queste le dimensioni fondamentali che ci formano e ci plasmano. Bisognerebbe quindi inquadrare il cannibalismo in primis nella sua accezione funzionale, per poi poterne osservare la deriva disfunzionale.
E quando il cannibalismo, il desiderio di mangiare, si intreccia alla vorarefilia, al desiderio di essere mangiati; come possiamo intrecciare la funzionalità con la disfunzionalità, il maligno con il benigno, il consenso con il non consenso?
Bibliografia
“CANNIBALISMO E VORAREFILIA: ANALIZZARE IL FENOMENO ATTRAVERSO L’USO DEI SOCIAL MEDIA, A.E. Roberto, 2024”

