Non esiste una tipologia di donna maltrattata. La violenza è trasversale, colpisce donne italiane, migranti, di qualunque strato sociale, economico e culturale senza differenze di età, religione, etc.
Non esiste nemmeno una tipologia di uomo maltrattante. Si tratta di uomini di tutte le età, provenienze, categorie socio-economiche e culturali. Come evidenziato da numerose ricerche, solo una piccola parte di questi uomini soffre veramente di disturbi mentali o di dipendenze da sostanze.
Il Ciclo della Violenza: le Fasi
La violenza nelle relazioni di intimità tende a manifestarsi in forma ciclica. Spesso il ciclo della violenza inizia con il fidanzamento, entrambi sono legati emotivamente, si trovano bene insieme; dopo un po’ di tempo le cose cominciano a funzionare male, un problema economico, la gelosia o altri motivi futili danno il via, prima alla violenza psicologica e poi alla violenza fisica.
La donna viene come “anestetizzata”, inducendola a sottovalutare la gravità e il pericolo della situazione. L’intero ciclo della violenza può completarsi in poche ore o in un anno intero e può ripetersi moltissime volte all’interno di una relazione, interromperlo senza un aiuto esperto è molto difficile.
In molti casi la violenza è un processo che evolve in una spirale, in cui le fasi di “riconciliazione” si alternano alle fasi di violenza. Gli effetti sulla salute della donna sono devastanti.
Le intimidazioni avvengono attraverso il controllo economico, le minacce, il ricatto e il terrore di subire aggressioni fisiche.
L’isolamento è determinato dal continuo tentativo da parte dell’uomo di limitare la donna. Questa fase può passare anche attraverso l’impedimento di lavorare, al fine di escluderla dal contesto sociale, facendole perdere i punti di riferimento e di confronto sociali, familiari e l’autonomia economica.
Chi usa violenza svalorizza ogni attività della donna. L’obiettivo è privarla dell’autostima per renderla insicura e maggiormente controllabile. Seguono atti intimidatori non solo rivolti direttamente a lei, ma anche indiretti, ad esempio verso animali o persone a lei care.
Aumenta per la donna la solitudine, l’incapacità di vedere vie di uscita e di cambiare la sua situazione; vive in uno stato di reclusione ed isolamento effettivo, si può attivare una vera e propria segregazione.
Quando la donna inizia a ribellarsi e cerca di uscire dalla violenza, l’abusante comincia ad aggredirla fisicamente e lo fa per ristabilire lo status quo, vuole incuterle terrore ed intimorirla per impedirle di reagire.
La fase della falsa riappacificazione costituisce una sorta di rinforzo che spinge la donna a restare all’interno della relazione violenta e in qualche modo soddisfa un suo bisogno di riabilitazione. Man mano che il tempo passa, ella diventa sempre più dipendente e l’uomo acquista sempre più potere.
Segue, poi, il ricatto sui figli. Il partner minaccia di togliere i figli alla propria compagna se decide di lasciarlo, e fa affidamento sulla non conoscenza da parte della donna dei propri diritti, sulla mancanza di confronto con altre persone e con consulenti legali che potrebbero invece rassicurarla in merito all’affidamento dei propri figli.
Quando la donna inizia a ribellarsi e cerca di uscire dalla violenza, quest’ultima aumenta di intensità. Passata la fase acuta del maltrattamento, la persona violenta mostra spesso segni di pentimento, soprattutto nei primi episodi vorrebbe poter tornare indietro per non aver commesso violenze e promette di cambiare, rinnovando dichiarazioni d’amore. In questa fase molte vittime, con la speranza che il partner cambi davvero, ritirano la richiesta di separazione e revocano la testimonianza data alle autorità. Tendono, tra l’altro, a difendere l’autore delle violenze di fronte a terze persone e a sminuire le violenze subite.
Durante la fase della “falsa riappacificazione”, gli uomini che esercitano violenza, riescono a decantare le loro promesse in modo assolutamente credibile persino a terzi. A volte anche i famigliari e gli amici fanno pressione sulla donna affinché perdoni il partner e gli conceda un’altra possibilità. Questo comportamento genera confusione e la donna è spinta a credere, anzi, vuole credere e sperare che il compagno sia finalmente cambiato. In realtà stiamo parlando di un meccanismo strategico che l’uomo mette in atto per continuare ad avere il controllo; chiedere scusa, senza attivare un cambiamento, significa manipolare.
I Danni sulla Salute della Donna nel Ciclo della Violenza
La donna maltrattata vive una situazione di stress cronico che si traduce in disagi psichici e fisici, e ogni fase del ciclo della violenza provoca degli effetti determinanti sulla salute della donna in questione. La psicologa americana Lenore Walker che ha fondato il “Domestic Violence Istitute”, ha descritto le tre fasi che si ripetono ininterrottamente in tutte le situazioni di violenza domestica.
- Accumulo della tensione: è il primo momento della violenza psicologica.
Lui è irritato e quando lei cerca di chiedergli cosa è successo, l’uomo l’accusa di essere “troppo sensibile” e di conseguenza la donna si chiede in che cosa sta sbagliando, è confusa e cerca di accontentare il suo aggressore evitando di contraddirlo. La violenza psicologica è tipica della prima fase del ciclo della violenza e contribuisce alla riduzione del livello di autostima, delle sicurezze della donna ed alla creazione di sentimenti di vulnerabilità.
I sintomi sono senso di inadeguatezza; perdita di autostima; perdita delle proprie sicurezze e sensi di colpa.
- Esplosione della violenza: inaspettatamente si scatena la violenza fisica che destabilizza, confonde e terrorizza la donna. Ai sensi di colpa si aggiunge anche un grande senso di impotenza ed una costante paura per la propria sopravvivenza. La difficoltà di proteggere anche i/le figli/e, che il più delle volte sono dei testimoni silenziosi, incrementa il senso di vergogna e di fallimento nello svolgere il proprio ruolo familiare e sociale.
I sintomi sono paura; confusione; vergogna; senso di impotenza e di colpa.
- Falsa riappacificazione: è sempre l’uomo che decide quando inizia e quando finisce questa fase. Nei primi episodi è caratterizzata da pentimenti, richieste di perdono, promesse di cambiamento e dichiarazione d’amore. Man mano che passa il tempo, questo stadio è sempre più breve, la donna diventa sempre più dipendente e l’uomo acquisisce potere.
Questa fase costituisce il rinforzo positivo che spinge la donna a restare all’interno della relazione violenta. Passata l’esplosione della violenza, il momento della falsa riappacificazione lenisce un po’ le ferite, ma una volta instaurato il ciclo, i periodi di calma si trasformano in un’attesa silenziosa caratterizzata da uno stato di continua allerta.
Una particolare attenzione va posta nei confronti del meccanismo di negazione della violenza, in quanto è centrale nel mantenimento del ciclo. La tattica dell’uomo consiste nel giustificare il suo comportamento (Es: “Non ti ho detto questo, come al solito non hai capito!), questo per mantenere la relazione.
Minimizzare significa dire, ad esempio: “Io non l’ho picchiata, le ho dato soltanto uno spintone”. Minimizzando il danno si colpevolizza anche la donna, affiancando frasi come: “esageri sempre, qualsiasi cosa ne fai un dramma”. Altra frase spesso utilizzata: “era diventata isterica ed aggressiva, l’ho fatto per fermarla”.
I vissuti della donna, nelle tre fasi del ciclo che si ripetono, comportano lo sviluppo di una sintomatologia multiforme.
I disturbi possono essere interpretati, in parte, come la conseguenza della sua lotta per la sopravvivenza in un ambiente ostile e violento. La ciclicità dell’esplosione violenta, la sensazione che il pericolo possa ripresentarsi in qualsiasi momento, portano la donna a mantenere uno stato di paura permanente.
In tale situazione sono presenti:
- Sintomi di ipervigilanza, con permanente sensazione di pericolo, cambiamenti bruschi di umore ed irritabilità. Sono frequenti le immagini intrusive che in modo invasivo tornano alla coscienza in forma di flashback, d’incubi o ricordi legati al trauma;
- Sensazione di paralisi psicologica, descritta da Lenore Walker come “teoria della disperazione appresa” (learned helplessness), secondo la quale, quando una persona ha perso completamente la forza e sente che ogni forma di resistenza ad una situazione insostenibile è inutile, può cadere in uno stato di completa arrendevolezza. La donna, in questi casi, perde qualsiasi iniziativa, è incapace di reagire ed è come se fosse paralizzata. Una specie di “paralisi mentale”.
- Senso di impotenza e poca stima di sé che si riflettono anche sul ruolo materno. Le donne hanno una percezione distorta delle proprie capacità e della propria forza, e si sentono inutili ed incapaci;
- Ferite di vario genere con distribuzione assiale: bruciature, tagli, fratture degli arti o del volto, lesioni intraddominali;
- Danni permanenti: danni alle articolazioni, perdita parziale dell’udito o della vista, cicatrici dovute a morsi o ad oggetti taglienti;
- In gravidanza: distacco della placenta, emorragia, rottura della milza, parto pretermine, nascita del feto morto;
- Lesioni a seni, addome-torace e zona genitale, lacerazioni anali o vaginali;
- Gravidanze non desiderate e aborti;
- Disturbi dell’alimentazione (anoressia, bulimia) o del sonno (insonnia terminale, frammentazione del sonno e sonno leggero);
- Dolore cronico con riduzione del funzionamento fisico;
- Sindrome dell’intestino irritabile.
Le conseguenze della violenza sulla salute sessuale riproduttiva delle donne sono molteplici. Nei contesti di violenza domestica la coercizione sessuale e l’aggressione sono esperienze continue; nell’ambito della vita coniugale si fa più fatica a percepire la violenza sessuale e a concepirla come reato.
Nella diagnosi specialista, ad esempio per le patologie di tipo cardiovascolari, gastro – enterologiche, ictus, diabete, va tenuta in considerazione una possibile eziologia da maltrattamento domestico. Molti medici, infatti, hanno notato che malattie croniche, quali: asma, ictus, ipertensione e problemi cardiaci, diabete ed artriti, possono essere presenti in maniera molto significativa nelle donne maltrattate.
Il Ciclo della Violenza: Ostacoli Oggettivi per la Donna
Chi viene a conoscenza di una relazione violenta si chiede come sia possibile che si possa restare nella relazione per anni ed anni.
Innanzitutto la donna deve vincere molteplici paure. Lui le dice continuamente che se interrompe la relazione le succederanno cose terribili, in qualsiasi posto in cui lei andrà lui la troverà, potrebbe far del male ai bambini o farà di tutto per ottenerne l’affidamento.
Gli ostacoli oggettivi e di contesto che la “vittima” deve affrontare sono tanti: isolamento, dipendenza economica, assenza di una rete di relazioni e di luoghi di accoglienza, tutela, confronto con l’uomo e con l’ambiente circostante. Inoltre, quando decide di lasciare il partner violento, la situazione diventa ancora più pericolosa e critica, perché aumentano la frequenza e la gravità degli episodi violenti, e, di conseguenza, si moltiplica il rischio di essere uccisa (da come si può evincere anche dalle cronache degli ultimi anni).
“Manca una rete integrata di servizi in grado di garantire tempestivamente la protezione della donna e dei suoi figli, mancano case protette, mancano ancora competenze specialistiche e la possibilità di stabilire un contatto efficace con la donna” .
Vanno segnalati anche gli ostacoli spesso presenti nelle procedure e nell’approccio degli operatori, delle operatrici e dei professionisti, come: la scarsa conoscenza del fenomeno, presenza di preconcetti sulla responsabilità della donna nella violenza, il volere la “prova” che la donna stia subendo violenza, il non saper/voler affrontare le proprie emozioni e quelle della donna, la scarsa conoscenza degli altri servizi che si trovano sul territorio e del supporto che possono offrire.
Ostacoli psicologici – individuali:
- Colpevolizzazione;
- Paura del giudizio;
- Scarsa autostima;
- Coinvolgimento emotivo;
- Vergogna;
- Mancanza di informazione sui propri diritti;
- Dipendenza economica;
- Elevato status da proteggere.
Ostacoli culturali – sociali:
- Stereotipi;
- Condizionamenti familiari;
- Tutela della propria famiglia;
- Isolamento;
- Mancanza di sostegno;
- Mancanza di fiducia nella risposta sociale e della giustizia;
- Mancanza di strumenti “sensibili” (accoglienza ed ascolto);
- Percezione negativa della giustizia.
Dalla Spirale della Violenza alla Richiesta di Aiuto
Inizialmente la donna, mantenendo la relazione con il partner, cerca in tutti i modi di fermare la violenza da sola facendo leva sulle sue risorse personali.
La donna, quando capisce che da sola non riuscirà a far fronte alla situazione e a risolverla, tenta di confidarsi con le amiche, familiari e parenti per cercare supporto e per essere creduta. Se amici, familiari o persone che fanno parte della sua rete sociale non le danno supporto e credibilità, non faranno altro che aumentare il suo silenzio e di conseguenza la violenza continua. Quindi, la “vittima”, cerca di rivolgersi all’esterno ma in modo informale ed indiretto; infine, nel caso in cui non si sia verificato nessun cambiamento, la donna cerca aiuto all’esterno in modo formale, ricorrendo ai Centri Antiviolenza, Servizi Sociali, al proprio medico di famiglia e Forze dell’Ordine. Questi soggetti istituzionali devono attuare interventi positivi di aiuto concreto per evitare la ri-vittimizzazione.
Occorre tener presente che l’isolamento, il progressivo indebolimento della stima di sé, la perdita del controllo sulla propria vita e i diversi ostacoli indicati precedentemente, contribuiscono ad aumentare la difficoltà nel chiedere aiuto. Trovare risposte positive e servizi adeguati all’esterno, può aiutare la donna a non sentirsi sola e a prendere decisioni rispetto alla sua sicurezza e a quella dei suoi figli.
Quando le donne tentano di uscire da situazioni di violenza e si rivolgono a diversi soggetti per chiedere aiuto, possono essere particolarmente vulnerabili e vivono ogni momento di comunicazione con grande sofferenza. Questa è una fase molto delicata e spesso decisiva rispetto alla possibilità di costruire insieme alle donne un percorso di uscita dalla violenza.
Le richieste di aiuto che le donne avanzano sono di varia natura: chiedono aiuto economico, sostegno scolastico per i figli e ricerca di un lavoro. Non parlano in modo esplicito della violenza subita e sperano che qualcuno ponga loro delle domande per far emergere il problema; non sempre trovano “le parole per dirlo” e portano un bisogno inespresso.
Chi ascolta la donna deve conoscere le dinamiche e le difficoltà che affronta quando decide di uscire dalla spirale della violenza e di lasciare l’uomo, e deve essere in grado di gestire le proprie emozioni. La corretta impostazione e la buona riuscita dell’intervento con le donne maltrattate non possono prescindere da un approccio multidisciplinare e coordinato fra i servizi, che metta al centro dell’intervento i bisogni e le scelte della donna. Tutti gli incontri (formali e non formali) potrebbero essere per lei occasioni per chiedere supporto, è un processo di consapevolezza graduale e di presa di contatto con la realtà, un percorso i cui ostacoli possono nascere anche dal tipo di risposte che si riscontrano all’esterno, o dall’assenza di risposte, come ancora troppo spesso accade.
Il percorso che riguarda la ricerca di aiuto può essere lungo e difficile perché ogni donna è diversa e si trova ad agire in contesti differenti. Tutti gli attori sociali dovrebbero avere le informazioni e le competenze necessarie per cogliere gli indicatori che evidenziano la presenza di situazioni di violenza, e, dovrebbero indirizzare le donne verso i Centri Antiviolenza.
Molte donne cercano per mesi e per anni di fare in modo che “lui cambi”, hanno bisogno di tempo e di un lungo percorso di sostegno per riconoscere la gravità della violenza subita, riconquistare fiducia in se stesse e trovare il coraggio di mettersi in salvo pianificando la propria fuga.
Lo strumento principale per far emergere le situazioni di violenza è un colloquio ben condotto.
- È fondamentale provare ad accoglierla da sola per creare uno spazio in cui poter liberamente parlare;
- È importante garantire la riservatezza di ciò che verrà detto;
- È indispensabile avere un atteggiamento empatico e pensare insieme le possibili vie d’uscita dalla situazione di violenza;
- È vitale credere alla donna quando esprime il suo bisogno di insicurezza, anche perché, il momento della separazione è quello più pericoloso per la sua incolumità;
- Può essere utile ribadire che separarsi è una scelta difficile e coraggiosa;
- Occorre rispettare la sua autonomia e la sua libertà di scelta e bisogna ricordare che è sempre lei a dover decidere;
- Può essere utile sottolineare l’importanza della certificazione medica ed informarla sui termini della denuncia;
- Fornire tutte le informazioni relative ai servizi ed ai centri antiviolenza presso i quali può rivolgersi per ricevere aiuto. È, inoltre, importante ricordare che se subisce violenza non è colpa sua.
Alcune domande da fare per favorire lo svelamento della violenza:
- Mi sembra preoccupata, va tutto bene in famiglia?
- Qualcuno le ha fatto del male?
- Quelle ferite, chi gliele ha procurate?
- Cosa succede quando lei e il suo partner siete in disaccordo?
- Le ha mai impedito di uscire, di vedere i suoi amici o di cercare lavoro?
- Il suo partner fa uso di alcool o droghe in modo eccessivo?
- Ha mai minacciato di fare del male ai bambini o di portarli via da lei?
Capire e stabilire se un minore o una donna sono vittime di violenza non è facile, occorre usare sensibilità, creare un clima di fiducia e saper dare risposte adeguate. Molti professionisti incontrano donne che hanno subito violenze ma non la dichiarano, perché temono che il loro raccontarsi e confidarsi peggiorerà la situazione, e le metterà maggiormente in pericolo. Tutti/e gli/le operatori/trici dei servizi devono fare in modo di far emergere il fenomeno, ricorrendo alle proprie conoscenze, competenze, responsabilità e alla rete dei servizi.
È importante evitare la ri-vittimizzazione. Le donne che mantengono il segreto sono bloccate dalla paura di non essere credute, di essere colpevolizzate, hanno scarsa fiducia nel sostegno esterno ed istituzionale.
È opportuno sottolineare che molti indicatori non sono una chiara prova dell’esistenza di una violenza in ambito familiare, ma possono essere interpretati come segnali di allarme e portare ad una maggiore attenzione. La presenza di manifestazioni fra quelle sotto elencate aumenta il rischio che ci si trovi dinanzi a situazioni di violenza.
- Agitazione;
- Senso di vergogna e di colpa;
- Tentati suicidi, irrequietezza;
- Disturbi del sonno;
- Attacchi di panico;
- Cambi di umore repentini, difficoltà nel relazionarsi;
- Disturbi al basso ventre, disturbi gastro-intestinali;
- Racconto contraddittorio dell’evento violento;
- Atteggiamento pauroso e diffidente.
Accertato che si tratta di un caso di violenza, è di vitale importanza avere chiaro l’obiettivo dell’intervento. L’obiettivo non è che la donna segua un percorso standard di uscita dalla violenza, ma è: dare supporto, informazioni, ascoltare, appurare la sua esperienza e trovare una soluzione sia se lei decida di allontanarsi, sia che rimanga nella situazione.
Nel diritto penale, il delitto di maltrattamenti contro familiari o conviventi è disciplinato dall’articolo 572 del codice penale. Dopo la riforma introdotta con la Legge n. 172 del 1° ottobre 2012, tale articolo punisce con la reclusione da due a sei anni; se dai maltrattamenti deriva una lesione gravissima si applica la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte si applica la reclusione da dodici a ventiquattro anni (art. 4, Legge 172/2012).

