La bellezza, contrariamente a un luogo comune riduttivo, non scaturisce esclusivamente dai grandi progetti o da interventi monumentali: essa nasce dall’unione, dalla volontà condivisa e dal desiderio di incidere, in modo tangibile, sulla qualità della vita.
Si manifesta quando un individuo — o un’intera comunità — riconosce che il proprio quartiere merita maggiore attenzione, cura, dignità.
È qui che la riflessione estetica incontra il suo significato più profondo.
Il termine aisthēsis, dal greco “percezione, sensibilità, capacità di sentire”, ricorda che l’estetica non coincide con il “bello” inteso come ornamento, bensì con la modalità attraverso cui l’essere umano esperisce il mondo attraverso i sensi. Un ambiente non è mai neutro: parla, influenza, orienta, modella il nostro vissuto emotivo. Ne consegue che migliorare un luogo significa trasformare anche le emozioni che vi si respirano.
Tuttavia, permane una diffidenza diffusa verso l’abbellimento dello spazio pubblico.
Si teme che la bellezza sia fragile, effimera, destinata a essere ignorata o vandalizzata. Forse, più profondamente, si teme la possibilità stessa di sperare.
Eppure, la psicologia dell’estetica evidenzia come la bellezza possieda una funzione strutturale: pacifica, unisce, ispira, favorisce processi di identificazione e appartenenza.
La cura dello spazio produce a sua volta cura sociale. Nei quartieri percepiti come periferici (sia in senso geografico che simbolico) ogni gesto estetico diventa un atto di resistenza gentile: un fiore piantato, un muro ridipinto, una panchina riparata non sono interventi marginali, bensì azioni che restituiscono dignità a un tessuto comunitario dimenticato. E quando un luogo si modifica cambiano anche le persone che lo abitano: si alza lo sguardo dal telefono, si entra finalmente in relazione con l’ambiente nel rispetto di esso.
Arte e Identità: il contesto culturale e simbolico del Monumento a Vito Taccone
Nel caso di Avezzano, questo processo si concretizza emblematicamente nel Monumento commemorativo dedicato a Vito Taccone, celebre ciclista abruzzese noto come il “Camoscio d’Abruzzo”.
Al di là del valore sportivo, l’opera assume una funzione culturale e sociale: è un dispositivo di memoria collettiva collocato strategicamente nel quartiere natale del campione.
Il travertino del basamento diventa “memoria” e il bronzo “narra la fatica”, creando una corrispondenza simbolica tra materiali, storia e narrazione. L’opera, dunque, non è mera rappresentazione ma racconto scolpito: esprime orgoglio, radici, testimonianza.
La scelta di collocare il Monumento in Piazza Cavour non è casuale:
il termine monumentum, dal latino monere (“ricordare”), indica la volontà di rendere visibile — e dunque condivisibile — un patrimonio di memoria collettiva.
Ciò ha avuto un impatto decisivo sulla qualità percettiva e identitaria del quartiere, da sempre considerato periferico e ai margini: la scultura ha contribuito a riqualificare l’area, a renderla più bella, più vissuta e finalmente riconosciuta. Inserire l’opera in uno spazio pubblico ha permesso alla comunità di “incontrare” quotidianamente Taccone e sentirla parte viva del paesaggio urbano, rendendo la memoria un’esperienza attiva e non un semplice riferimento storico.
In questo senso, l’arte pubblica svolge una funzione sociale essenziale: favorisce accessibilità, stimola creatività, rafforza la dimensione identitaria della città e costituisce un invito permanente alla riflessione.
Da questa rinascita è scaturita un’energia nuova, capace di tradursi in azione collettiva. La nascita dell’Associazione culturale “Piazza Cavour” — promossa da cittadini del quartiere che per primi si sono fatti carico della “causa Taccone”, sostenendo la necessità del restauro e della riqualificazione, rappresenta un esempio concreto di come l’arte pubblica possa attivare anche un senso di responsabilità condivisa.
A partire dal Monumento, l’Associazione ha dato vita a iniziative culturali e attività di valorizzazione urbana che hanno elevato la qualità della zona, rendendola più accogliente, più sicura e più riconoscibile nella sua identità. Anche le recenti decorazioni luminose per il periodo natalizio sono il segno tangibile di una comunità che ha riscoperto il piacere di prendersi cura del proprio spazio, di renderlo significativo e attraente.
Il caso di piazza Cavour dimostra come la presenza di un’opera d’arte pubblica, quando riconosciuta e sostenuta collettivamente, possa diventare il motore di un processo virtuoso che trasforma non solo i luoghi, ma le persone che li abitano.
La Progettazione del Basamento: estetica, funzione e dialogo con il contesto urbano
Il basamento del Monumento rappresenta uno dei punti più significativi dell’intero progetto.
Realizzato ex novo, esso fu inizialmente oggetto di dubbi e resistenze nel processo di approvazione: pochi colsero immediatamente l’importanza di riprogettarlo in funzione del nuovo contesto urbano.
La progettazione ha seguito un criterio estetico-figurativo preciso: la sagoma richiama la montagna, simbolo della costanza e dell’impegno di Taccone.
Il basamento include una cornice perimetrale in travertino con illuminazione integrata: un dettaglio funzionale alla valorizzazione dell’opera anche nelle ore serali, contribuendo a rafforzare la percezione di monumentalità.
All’apice della struttura si erge il “guerriero della strada”, proteso verso il Monte Salviano, luogo simbolico dei suoi allenamenti. L’impostazione compositiva piramidale enfatizza il dinamismo ascensionale del ciclista e il valore di tenacia che egli incarna.
I quattro medaglioni in marmo color noce, perfettamente armonizzati con il bronzo, rappresentano le tappe consecutive vinte nel Giro d’Italia del 1963 che contribuirono a definire l’identità sportiva di Taccone.
Restauro e Ricostruzione: un processo tecnico e interiore
Il primo Monumento, collocato nel 2012 sul Monte Salviano, stabiliva un legame diretto tra il campione e il luogo simbolico dei suoi allenamenti. L’atto vandalico del 2014, che lo ridusse a frammenti, rappresentò non solo un danneggiamento materiale ma la ferita inferta a una memoria collettiva ancora fragile.
I resti dell’opera — conservati negli scantinati del Comune per 9 lunghi anni — testimoniavano uno stato di sospensione e di oblio che avrebbe potuto condannare definitivamente la scultura all’invisibilità.
Il restauro del Monumento, avvenuto solo nel 2023 , fu un intervento conservativo e rigenerativo: un percorso complesso, quasi “chirurgico”, reso necessario dalle gravi compromissioni dovute agli atti vandalici risalenti al 2014. Il primo impatto con quei “miseri e amabili resti”, abbandonati negli scantinati del Comune, fu intenso e sconvolgente: un’immagine sospesa e dissacrante.
Ricostruire l’opera significò recuperare frammenti, reintegrare parti mancanti, ricomporre un’identità violata. Ogni elemento fu oggetto di studio minuzioso, con l’obiettivo non solo di restituire l’aspetto originario ma di conferire alla statua una presenza ancora più autorevole e significativa.
Il mio lavoro svolto in collaborazione nel progetto — condiviso con l’autore B. Morelli Maestro, direttore artistico e punto di riferimento professionale — fu un’alta esperienza formativa ma anche morale.
Non si trattò soltanto di rigenerare una scultura ma di rimarginare una ferita: ridare al campione il posto che gli spettava e riaffermare il valore dell’arte contro la violenza e il degrado.
Questa esperienza mi ha portata a riflettere spesso sulla figura di Artemisia Gentileschi, artista che, nel Seicento, dovette lottare contro pregiudizi e ostacoli per affermare la sua voce.
Allo stesso modo, anche in questa impresa ho affrontato resistenze che ho scelto di trasformare in forza creativa, nella consapevolezza del valore del contributo femminile nel campo artistico.
Arte pubblica come meccanismo pedagogico e comunitario
L’opera non è solo testimonianza storica: è un invito, una soglia simbolica, uno strumento di educazione estetica e civica.
L’arte pubblica, quando inserita in modo sensato e consapevole nello spazio urbano, favorisce l’accesso alla sensibilità artistica anche a chi non frequenta musei o luoghi istituzionali.
Permette di riscoprire il valore della percezione, stimola il pensiero critico, dona nuove modalità di osservazione del reale.
Ogni passante che si ferma ad ammirare il Monumento compie un gesto attivo: attraversa la storia, incontra la memoria, riconosce il sacrificio di chi ha contribuito a costruire un’identità collettiva.
In questo senso, il Monumento non agisce soltanto come oggetto da contemplare, ma come agente pedagogico capace di instaurare un dialogo permanente tra individuo e comunità. La sua presenza nello spazio pubblico contribuisce a strutturare un processo educativo diffuso, che non richiede istruzione formale né contesto museale, ma si attiva attraverso l’esperienza quotidiana. L’opera diventa così un dispositivo che orienta la percezione e, al tempo stesso, forma la coscienza civica, sollecitando un senso di responsabilità verso la storia condivisa.
L’interazione con l’opera produce un apprendimento implicito: chi la osserva elabora significati, mette in relazione passato e presente, e si confronta con valori che trascendono l’esperienza individuale. La memoria evocata dal Monumento non resta confinata alla dimensione commemorativa; si trasforma in un’occasione di riflessione critica sul ruolo dei cittadini nella costruzione e nella conservazione.
In questo modo, l’arte pubblica assume una funzione comunitaria: rafforza i legami sociali e contribuisce alla costruzione di uno spazio urbano più consapevole e partecipato.
Inoltre, l’opera non si limita a ricordare ma educa; non celebra una storia conclusa ma apre continuamente la possibilità di rinnovare il rapporto tra memoria e presente.
Ebbene, la domanda immagino che sorga spontanea: a cosa educa l’arte pubblica?
Educa, innanzitutto, alla percezione consapevole. Abitua il cittadino a non attraversare lo spazio urbano in modo indifferente o automatico, ma a riconoscere forme, simboli, gesti che parlano alla sua esistenza. In questo senso, educa alla capacità di vedere, di interrogare l’ambiente, di conferirgli significato.
Educando allo sguardo, educa anche alla memoria. Il Monumento orienta l’attenzione verso un passato che non è mai definitivamente concluso: un passato che rimane vivo nella misura in cui viene riconosciuto e compreso. La memoria non è presentata come dato statico, ma come processo da riattivare continuamente, come responsabilità collettiva.
L’opera educa poi alla cittadinanza, perché invita a confrontarsi con valori condivisi: il sacrificio, l’impegno, la coesione, l’idea stessa di comunità. In questo senso, sollecita una forma di apprendimento civico che supera i confini dell’istruzione formale: ogni osservatore è chiamato a misurarsi con ciò che la collettività ritiene degno di essere ricordato e rappresentato. Infine, educa anche alla cura dello spazio pubblico.
L’arte diventa così un tramite per riattivare la relazione tra individuo e territorio, restituendo al luogo una dimensione di dignità che è sia estetica che etica.
Il Monumento a Vito Taccone è quindi il risultato di un percorso lungo, complesso, stratificato. È la prova che la bellezza non è lusso ma una necessità che rigenera lo spirito e gli spazi che abitiamo.

