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ASACOM: chiamarla stabilizzazione è un atto di propaganda. La riforma che non tutela ma normalizza la precarietà

C’è un momento, nel dibattito pubblico, in cui le parole smettono di descrivere la realtà e iniziano a mascherarla.
La riforma della figura dell’Assistente all’Autonomia e alla Comunicazione (ASACOM) si colloca esattamente lì: in quello spazio opaco in cui si celebra un risultato politico mentre, sotto la superficie, si consuma una tragedia professionale.

Sui giornali si parla di stabilizzazione al via.
Nei comunicati si esulta per una svolta storica.
Ma per migliaia di assistenti alla comunicazione che lavorano da anni nelle scuole italiane, questa riforma non rappresenta un approdo sicuro: rappresenta incertezza, declassamento e rischio concreto di esclusione.

Una stabilizzazione che non stabilizza

Il primo grande equivoco è proprio la parola “stabilizzazione”.
La riforma non statalizza la figura ASACOM, non crea un sistema nazionale uniforme, non garantisce automaticamente un contratto stabile. La gestione resta in capo agli Enti Locali, con tutte le disuguaglianze territoriali che questo comporta da sempre.

In altre parole:
– i contratti restano diversi da territorio a territorio;
– le tutele restano fragili;
– la precarietà non viene eliminata, ma normalizzata.

Si promette stabilità, ma la si subordina a concorsi, a requisiti non chiariti, a accordi futuri demandati alla Conferenza Stato-Regioni.
Questa non è una riforma strutturale. È una promessa condizionata.

Da professionista a “operatore”: il declassamento lessicale

Il cuore simbolico e politico della riforma sta in una parola: operatore socioeducativo.

L’ASACOM viene definito così nel testo.
Una definizione apparentemente neutra, in realtà profondamente problematica.

Perché “operatore” è una parola generica, elastica, che non protegge nulla.
Non nomina competenze specifiche.
Non tutela una professionalità specialistica.
Non riconosce il lavoro complesso che riguarda autonomia, comunicazione, disabilità sensoriali, mediazione, strategie educative individualizzate.

Il linguaggio non è mai innocente.
Quando un profilo viene reso vago, diventa più facile comprimerlo, sostituirlo, svalutarlo.

Il paradosso delle ore: tante, mal definite.

Altro pilastro della riforma è il tema della formazione.
Si parla di 830 ore, con una forte enfasi sulla LIS. Numeri imponenti, usati come prova di rigore.

Ma qui il sistema implode.

Perché quelle ore:
– non sono spiegate nella loro struttura;
– non hanno standard chiari di qualità;
– non definiscono una progressione reale di competenze;
– sbilanciano la formazione su un solo ambito, cancellandone altri (Braille, tiflodidattica, CAA, tifloinformatica).

Il risultato è una feticizzazione delle ore, come se la quantità potesse sostituire il progetto formativo.

E soprattutto resta irrisolta la domanda più grave di tutte.

E chi lavora già, che cosa deve fare?

La riforma non risponde a una questione fondamentale:
che cosa succede agli assistenti alla comunicazione che sono già qualificati, che lavorano da anni, che hanno seguito percorsi regionali seri ma con un monte ore inferiore a quello ora indicato?

Devono:
– integrare le ore?
– sanare?
– rifare tutto?
– aspettare indicazioni che non arrivano?

La risposta, oggi, è una sola: non si sa.

Non è scritto.
Non è chiarito.
Non è normato.

Questo significa lasciare migliaia di lavoratori nel limbo, scaricando su di loro il peso dell’incertezza normativa. E questa non è tutela: è abbandono istituzionale.

Il concorso come ghigliottina

La riforma prevede concorsi riservati dopo un certo numero di mesi di servizio. Anche qui, il linguaggio rassicura, ma la sostanza è un’altra.

Un concorso non garantisce nulla:
– non garantisce di essere superato;
– non garantisce il mantenimento del posto;
– non tutela l’esperienza maturata sul campo.

Per chi lavora da dieci o quindici anni nelle scuole e negli asili, il rischio è reale: uscire dal sistema dopo averlo tenuto in piedi.

Non è stabilizzazione.
È una selezione tardiva che può espellere proprio chi ha garantito continuità educativa ai bambini più fragili.

Una tragedia travestita da successo

C’è qualcosa di profondamente stonato nel modo in cui questa riforma viene raccontata.
Si rivendica un risultato politico mentre si ignora l’impatto umano e professionale su chi lavora ogni giorno nella scuola reale.

Per molti assistenti alla comunicazione, questa non è una conquista.
È una perdita di identità professionale.
È un aumento dell’incertezza.
È la sensazione di essere stati usati come argomento e poi lasciati soli.

Ci si vanta di una riforma che, così com’è, non valorizza, non chiarisce e non protegge.
E quando una legge nasce confusa, a pagarne il prezzo non sono mai i legislatori.

Sono i lavoratori.
E, come sempre, gli studenti più fragili.

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