Santa Anatolia è la patrona di Gerano, piccolo borgo montano nel Lazio, dove ogni anno viene celebrata con grande devozione. Secondo la tradizione, Anatolia (dal greco ἀνατολή = “oriente”, “luogo dove sorge il sole”) fu martirizzata durante le persecuzioni dell’imperatore Decio nel 250 d.C. a Tora (Borgorose).
I racconti agiografici tramandano che Anatolia si rifugiò nei pressi di Gerano, dove oggi sorge una chiesa a lei dedicata. Secondo le narrazioni, era una giovane nobile romana, promessa in sposa a un uomo pagano. Anatolia rifiutò il matrimonio, dichiarando di essersi consacrata a Cristo. Per questo venne imprigionata in una grotta, accusata di disobbedienza e di professare la fede cristiana, allora proibita dall’autorità imperiale. Fu condotta a Tora, dove venne consegnata a un soldato romano di nome Audace il Marso, incaricato di farla morire.
Secondo la Passio, egli era esperto nell’uso di serpenti velenosi, come molti dei Marsi, suo popolo d’origine. Festiano, il persecutore locale, gli ordinò di chiuderla in un sacco di cuoio con un serpente micidiale, affinché venisse uccisa. Ma il serpente non solo non la morse ma si ammansì. Anatolia passò la notte in preghiera, illesa. Quando Audace aprì il sacco il giorno dopo, vide la giovane viva e serena. Il serpente si avventò su di lui, ma fu fermato dalla santa stessa nel nome di Cristo.
Un segno, questo, della sua santità e della protezione divina che la circondava. In questo dettaglio c’è una potenza silenziosa, ovvero una donna che non combatte, ma trasforma, che disinnesca la minaccia senza violenza.
L’evento miracoloso provocò la conversione di Audace, che proclamò pubblicamente la propria fede. Per questo motivo, Festiano lo fece imprigionare e infine subì il martirio anch’egli. Solo in seguito, altri soldati eseguirono la condanna di Anatolia, che fu trafitta con una spada.
Iconografia celata
Ma c’è un dettaglio, raramente considerato, che riguarda la sua iconografia originaria: Santa Anatolia, secondo alcune interpretazioni storiche, era di origine orientale. Una giovane di pelle scura, proveniente da terre calde (appunto l’Anatolia), zone allora sotto il dominio romano ma culturalmente diverse.
Oggi, nelle immagini più diffuse (dai dipinti votivi alle statue processionali) Santa Anatolia appare con pelle chiarissima e tratti europei. È l’evidente risultato di un processo di progressiva depigmentazione e di adattamento estetico che potremmo chiamare, a mio avviso, snaturamento iconografico.
Ma questo non accade solo con lei. Anche figure centrali come Gesù e Maria vengono spesso rappresentate come se fossero nate nel nord Europa: carnagione pallida, capelli chiari e a volte perfino occhi color ghiaccio. Un’evidente invenzione visiva, in netto contrasto con la realtà storica. Il loro vero aspetto, piuttosto, dovrebbe essere vicino a quello degli uomini e delle donne del Medio Oriente.
Ebbene, queste trasformazioni hanno avuto lo scopo di rendere il sacro familiare, riconoscibile, ma hanno anche prodotto una forma di appiattimento visivo e culturale. Hanno una funzione precisa: rendere il sacro più simile a chi lo venera.
Ma in questo gesto si nasconde anche una violenza simbolica. Si elimina la diversità, si cancella l’alterità. Si piega la storia e la fede a un unico standard visivo.
Nel caso di Santa Anatolia, il candore della pelle diventa una scelta estetica che va contro la sua identità storica. Snatura l’opera d’arte e indebolisce la sua validità iconologica, ovvero la coerenza tra la “forma” e il messaggio sacro che veicola.
Il suo corpo non racconta più da dove viene… Il suo corpo, che dovrebbe raccontare l’origine e il contesto, viene invece omologato, occidentalizzato.
Un confronto utile può essere fatto con Saintes-Maries-de-la-Mer, nel sud della Francia. Qui si venera Santa Sara la Nera nota anche con il nome di Sara-la-Kali, protettrice dei gitani, la cui pelle scura è al centro del culto stesso. Il colore diventa qui simbolo di accoglienza, di marginalità riscattata, di sacro periferico. A Gerano, invece, Santa Anatolia sembra essere stata purificata dai suoi tratti eterodossi.
Non si tratta “solo” di immagini, si tratta di come costruiamo il divino. Se accettiamo solo un’entità bianca e conforme ai nostri canoni, neghiamo la sua universalità.
Forse è tempo di restituire a Santa Anatolia il suo volto autentico, di lasciarle la pelle che aveva e la storia che portava. Bisogna comprendere che il sacro deve potersi incarnare anche in figure che non ci somigliano.
E di accettare che Dio, se davvero è ovunque, non ha una sola faccia e neanche un solo colore.
Altrimenti, come possiamo credere che la fede unisca se il suo immaginario esclude?
Sitografia
- Sito ufficiale santanatolia.it – Capitolo II: La storia di Anatolia e Audace
- Wikipedia – Sant’Anatolia (martire)
- Wikipedia – Sant’Audace
- Enciclopedia dei Santi – Santa Anatolia
- Ricerca per santa anatolia – Treccani – Treccani

