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I workaholic: quando la dedizione al lavoro diventa dipendenza

workaholic

Alla domanda su quale sia il giorno della settimana più odiato la maggior parte di noi potrebbe rispondere: il lunedì. Tuttavia esistono persone che a questa domanda potrebbero fornire una risposta diversa. “Beati loro!” penserete, “Gli piace lavorare e adorano il loro lavoro. È una fortuna.” Spesso chi lavora tanto, dedicando tutto sé stesso alla propria occupazione, viene lodato e a volta anche premito con svariati e potentissimi rinforzi sociali: sei stato molto bravo, complimenti, continua in questo modo. Tuttavia, dietro le quinte del troppo lavoro potrebbe nascondersi una vera e propria dipendenza comportamentale, essa però viene difficilmente riconosciuta in quanto scambiata per eccessiva bravura e dedizione. Per rafforzare la vicinanza del troppo lavoro al concetto di dipendenza, nel 1971 Oates ha coniato il termine di Workaholic (“alcolista da lavoro”).

Purtroppo, questo tipo di dipendenza, seppur poco riconosciuta, non è un fenomeno da sottovalutare. Uno studio dell’organizzazione mondiale della santà (Oms) e dell’organizzazione mondiale del lavoro (IIo) rivela che ogni anno in tutto il mondo 745mila persone muoiono a causa del troppo lavoro.

La figura dei Workaholic: come riconoscerli

I workaholic pensano costantemente al proprio lavoro, agli impegni e scadenze ad esso correlate. Passano gran parte del loro tempo presso il luogo della loro occupazione e per mantenere i ritmi prefissati potrebbero anche arrivare ad abusare di caffeina o sostanze stimolanti.

In aggiunta alla mole di tempo che il workaholic trascorre in compagnia del suo lavoro si aggiunge il modo in cui adempie ai suoi impegni. Lavora in modo ossessivo ed eccessivamente perfezionistico. Ogni attività deve essere eseguita in modo scrupoloso, e questo può portare il workaholic a non delegare a nessuno i propri compiti, in quanto è il solo capace di svolgerli per bene. In effetti questa forma di dipendenza si avvicina molto al disturbo ossessivo compulsivo.

Il workaholic collocherà il proprio lavoro come unico parametro per misurare la propria autostima. Si interrogherà costantemente sulla riuscita di determinati obiettivi o traguardi e se questi risulteranno sotto le proprie aspettative (situazione che, purtroppo, nel workaholic sarà ricorrente) il proprio valore personale andrà a deteriorarsi, come un vero e proprio castello di carta. Potremmo affermare che questo lavoratore “drogato di lavoro” sarà dipendente, oltre che dal proprio lavoro, anche dall’adrenalina e dall’euforia che il corpo trasmette quando si riesce “a vincere” raggiungendo i propri traguardi. Chi soffre di questa patologia annullerà ogni altro aspetto della propria vita, questo potrebbe portare alla distruzione di relazioni amicali e di coppia.

In aggiunta a quanto detto, il workaholic potrebbe adempiere al bisogno di riposo e alimentazione in modo non corretto, andando incontro così a dei pericolosi sbalzi d’umore e a pesanti conseguenze sulla propria salute (disturbi del sonno, obesità, disturbi d’ansia, depressione, complicazioni respiratorie e cardiache). Come tutti i tipi di dipendenza, anche il workaholism si manifesta con vere e proprie crisi di astinenza. Chi ne soffre potrebbe sentirsi inquieto ed in ansia quando non lavora.

Strategie per disintossicarsi

Come ogni tipo di dipendenza, la dipendenza da lavoro risulta difficile da trattare a causa della rigidità dei tratti personologici in cui pone le sue fondamenta, difficili da modificare. Il primo passo sarà quello di contattare un buon analista. Esso aiuterà a prendere coscienza della problematica-dipendenza legata al proprio lavoro.

Quello che verrà modificato non saranno i tratti personologici, bensì l’approccio al lavoro che diverrà più funzionale. Si comincerà con il modificare le distorsioni cognitive radicate nel lavorare dipendente (o sono il migliore o sono il peggiore, la mia vita è un continuo stress ma questo è l’unico modo possibile di vivere, non posso fare nulla per cambiare, devo essere perfetto altrimenti il mio lavoro non sarà fatto bene). Successivamente si agirà sui comportamenti disadattivi cercando di sostituirli con altri più efficienti. Lo scopo sarà quello di trovare, gradualmente, un giusto equilibrio tra lavoro e vita privata.

Un ulteriore passaggio potrebbe essere quello di affiancare alla terapia individuale la terapia di coppia e di gruppo. Il Workaholic Anonymous è, infatti, gruppo di auto-aiuto che permette di entrare in contatto con persone aventi la medesima dipendenza. Questo potrebbe aiutare il lavoratore dipendente a favorire un confronto costruttivo avendo la consapevolezza di non essere solo.


La consapevolezza e il contatto con se stessi sono elementi fondamentali per combattere la dipendenza da lavoro. Questi aspetti sono approfonditi in numerosi corsi online disponibili sulla piattaforma IGEA CPS. In particolare, suggeriamo il pacchetto di corsi Tecniche di Benessere.


Un riferimento alle professioni d’aiuto

Se avessi digiunato ogni volta che non sono stato utile ad un paziente probabilmente sarei morto. Ti capisco. Con molti pazienti ho fatto solo errori. Ma il punto non è questo. Perché decidiamo di fare questo lavoro? Perché decidiamo di passare la nostra vita in mezzo a gente che soffre? Non è per sentirci ammiratati o per vivere momenti esaltanti. Anche se questi momenti aiutano. Guarire un paziente scatena molta endorfina. Ti sembra di essere invincibile, di poter fare qualsiasi cosa. Non ti senti un po’ Dio? Ma non è sempre così. Per me la medicina è anche un po’ questo. Offrire un sorso d’acqua a chi ha sete. Non è mai inutile.

Queste sono le parole con cui Andrea Fanti, il famosissimo dottore della serie tv “Doc nelle tue mani”, si rapporta ad un collega molto bravo ma molto esigente con sé stesso. È chiaro che la dipendenza da troppo lavoro colpisce tutte le professioni, tuttavia a rischio maggiore potrebbero esserci le professioni d’aiuto (gli infermieri, i dottori, gli psicologi).

Se si pensa, poi, al COVID-19, alla mole di lavoro che si è stati costretti ad adempiere e a tutti i pazienti deceduti improvvisamente e irrimediabilmente, il quadro potrebbe apparire drammaticamente completo. Spesso aiutare persone, farle sentire bene e guarirle fa sentire supereroi. Per non parlare dell’emozione che subentra quando riesci nel tuo intento. Riesci a trovare una diagnosi, ricevi un grazie dal tuo paziente, poni fine ad una seduta psicoterapica con successo. In effetti il tuo lavoro e le emozioni che ne conseguono possono diventare una droga: non riesci più a farne a meno. Tuttavia, a volte, non basta. Nonostante i tuoi sforzi puoi fallire. Cosa fare? Ricorda che nonostante spesso ti senti tale NON SEI UN SUPEREROE.

A volte i pazienti o semplicemente le persone che hai davanti, nonostante tutto il dolore che provano, hanno solo bisogno di piccole attenzioni. Tu se lì con loro e li stai ascoltando. Loro non sono sole e questo non è da sottovalutare. A volte basta veramente poco.

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